Un mondo di silenzio
 

di Harriet

 

Il cielo si era fatto azzurro scuro e l’aria si era raffrescata. Il ragazzo camminava con il suo abituale passo tranquillo. Tornava a casa, senza particolari pensieri per la testa, come sempre. Quasi non si accorse della donna che lo chiamava, dall’altra parte della strada. Quando realizzò che c’era una voce che chiamava il suo nome, si fermò, un po’ stupito, e la donna cominciò a fargli larghi segni con le braccia, sorridendo estasiata.

Cose come quella erano un’increspatura nel corso normale delle cose, nella sua tranquillità abituale che riempiva ogni istante. La riconobbe. Con calma si fermò, le restituì un saluto accennato e attraversò la strada.

- Doumeki-kun!-

La donna era invecchiata, ma conservava ancora il sorriso bonario di sempre, il tratto di lei che il ragazzo ricordava con maggior chiarezza.

- Nakajima-sensei.- la salutò con cortesia. La donna lo guardò in silenzio per un po’, con una certa fierezza.

- Sei cresciuto così tanto! Oh, mi sembra davvero ieri che eri nella mia classe, alle elementari!-

Le sorrise, senza sapere bene cosa dirle. Sì, era passato qualche anno. Ma l’aveva già detto lei.

- Immagino sarai uno studente modello, eh? E bravo negli sport, vero?-

Era fiera, quasi fosse stato suo figlio e non semplicemente un suo vecchio allievo. Quella buffa donna era sempre stata così. Doumeki replicò col solito sorriso a metà.

- Ti sei fatto degli amici, vero? Eri un ragazzino un po’ solitario…- insisté lei.

Quella domanda era un po’ subdola, ma il ragazzo non si lasciò cogliere alla sprovvista. Sorrise ancora, certo che la donna non avrebbe atteso una sua risposta, continuando invece col suo flusso di parole.

- Oh, ma non ti trattengo oltre! Ti saluto, mio caro! Buona fortuna per tutto!-

- Grazie. Arrivederci, Nakajima-sensei.-

La donna riprese la sua via, con passo sostenuto, senza voltarsi indietro. Il ragazzo tornò a camminare, dimentico della direzione che aveva prima, preso dai suoi pensieri, intento a cacciare una sensazione vagamente fastidiosa che l’incontro inatteso gli aveva messo addosso.

Eri un ragazzino un po’ solitario, eh?

Ricordava gli insegnanti che lodavano le sue doti e il suo impegno ai suoi genitori. Sì, era un ragazzo fuori dal comune, senza dubbio. Tranquillo, affidabile intelligente, capace. Un po’ silenzioso, quello sì. Un po’ ritirato, ecco. Magari sarebbe stato meglio se avesse avuto qualche amico. Non era un bene che stesse sempre da solo.

I sui genitori glielo ripetevano: erano fieri di lui, ma a loro sarebbe proprio piaciuto che avesse qualcuno con cui giocare.

A tutti sarebbe davvero piaciuto che Shizuka si trovasse un amico.

A Shizuka però non importava proprio niente.

Non è che gli altri non gli piacessero, semplicemente non gli sembrava di averne bisogno. Non pensava che fosse una cosa sbagliata. Forse nemmeno giusta, d’accordo. Ma per lui era così, e non aveva ancora l’età e la maturità adatte per chiedersi perché si sentisse sufficiente a se stesso. Tutto ciò che sapeva era che a lui piaceva stare tranquillo, e senza troppa gente che gli si affollava intorno.

Il tempo era passato, ma le domande no. Le domande rimanevano, nell’aria, non formulate, non necessarie. Doumeki non si era mai chiesto perché non sentisse il bisogno di far entrare qualcuno nel suo mondo. Era diventato una persona cortese, un ragazzo anche affabile, quando lo voleva, una persona assolutamente affidabile, rispettosa e senza particolari timidezze o ritrosie verso i suoi simili. La gente lo stimava, gli affidava incarichi di responsabilità, ne parlava bene. E lui non tradiva mai la fiducia di nessuno. Però permaneva quella barriera senza nome, senza motivo di esistere, che chiudeva le porte dell’animo più profondo del ragazzo.

La solitudine era una sofferenza, forse, ma non per lui. Per lui era solo una condizione come un’altra.

No, non si era trovato nessun amico e non aveva migliorato le sue relazioni sociali. Semplicemente perché gli andava bene così.

Ecco, appunto, gli andava bene così.

E allora perché, all’improvviso, ricordare il passato lo riempiva di inquietudine?

Eppure c’erano state delle rotture di quello stato di quiete perenne che era il suo animo!

Un ricordo colto un attimo prima di svanire gli rimbalzò in mente. Alle elementari aveva avuto un amico. Un bambino che non andava a scuola con lui, e che abitava qualche isolato più in là. Era un bambino robusto, con grandi occhi sognanti e la fantasia inarrestabile. Sarebbe stato ore a parlare di mondi inesistenti, di libri meravigliosi e di terre da esplorare. Quando iniziava, era come se dalla sua bocca uscisse un turbine di parole, e Doumeki lo lasciava parlare. Lui non aveva molto da dire, ma non poteva negare che tutto quell’entusiasmo, nell’altro, gli piaceva.

Poi erano cresciuti, il ragazzino aveva iniziato a frequentare altri coetanei, e i pomeriggi passati a raccontare ed esaltarsi, mentre Doumeki ascoltava, erano finiti.

Cos’aveva provato allora?

Non ricordava bene. Forse solo la sensazione che tutto fosse ritornato al normale corso delle cose. Con un po’ di rammarico, sì.

Aveva avuto anche un altro legame, con un compagno di classe, in terza media, ricordò. Per qualche mese si erano allenati insieme in vari sport. L’altro era un ragazzo onesto e appassionato, uno di quelli che prendono sul serio tutto quello che fanno. A Doumeki dava una certa sensazione di piacevole tranquillità. Le sue vivaci perorazioni di cause perse, il modo in cui difendeva le cose a cui teneva…Doumeki lo ascoltava parlare, e gli andava bene così.

Anche quella storia si era conclusa: alle superiori avevano iniziato a frequentare istituti diversi, e Doumeki era tornato ad essere solo.

Quasi senza accorgersene si era trovato nei pressi del negozio dei misteri gestito da quella strana donna. Ecco, lì c’era un idiota che invece non era mai solo, volente o nolente. Un po’ per il suo potere, un po’ perché se lo cercava. Lui era uno che si faceva ferire dagli altri con facilità immensa. Che fossero spiriti o esseri umani, se chiedevano aiuto, lui era sempre lì. E naturalmente pagava il costo di tutto questo. A immischiarsi troppo con gli altri – tutti i diversi tipi di altri – se ne subiscono sempre le conseguenze. E non è sempre piacevole.

Si fermò a guardare la casa, a disagio.

Forse la risposta un po’ inquietante alle sue domande mai fatte era lì. Forse il grande mistero del suo bastare a se stesso stava nella decisione che aveva preso, chissà quanto tempo prima, di non farsi ferire da nessuno. Perché la tranquillità e l’ordine del suo mondo gli piacevano, e non aveva bisogno di qualcuno che vi entrasse di prepotenza per infrangere ogni cosa.

Ciò non toglieva che ogni tanto finisse per lasciar entrare nel suo silenzio dei tipi davvero rumorosi.

Una luce ad una delle finestre del bizzarro edificio. Una sagoma che si muoveva, dietro quella finestra, e si agitava, parlando con qualcuno che poteva sentirlo, qualcuno fatto di carne e anima, che rispondeva, qualcuno che interagiva e creava una relazione.

Per un secondo fu pervaso da un moto di angoscia.

Voglio restare solo?

All’improvviso la porta si spalancò, e ne uscì fuori una piccola furia sbraitante, che inveiva contro il mondo intero, e tra tutti gli abitanti del mondo soprattutto contro la sua datrice di lavoro, che lo spediva alle ore più impensate a comprare da mangiare le cose più pazzesche.

Quando la suddetta furia si rese conto che fermo sul marciapiede davanti alla casa di Yuuko c’era una sua ben nota conoscenza, si immobilizzò, fissando Doumeki con aria vagamente idiota.

- E tu che accidenti ci fai qui?- domandò.

- Passavo.- rispose l’altro, accentuando la casualità e la flemma della sua voce, consapevole che ciò avrebbe fatto infuriare ancora di più Watanuki.

- Passavi? A quest’ora? Non hai visto che è quasi notte? E poi, proprio qui dovevi fermarti?-

- Ma io non mi sono fermato. Ti ho detto che passavo.-

- E allora perché stai lì impalato e non te ne vai?-

- Forse perché mi stai bloccando il passaggio?-

Urla spaventose, dichiarazioni di guerra e quasi minacce di morte. Niente di nuovo. Solo le “tecniche speciali” dell’ennesimo tipo rumoroso che stazionava nella quiete della vita di Doumeki.

Quando il ragazzo la finì di insultarlo e iniziò a camminare in fretta verso il supermercato, per assolvere alle consegne di Yuuko, senza un motivo particolare Doumeki lo seguì.

- Si può sapere che vuoi?- strepitò Watanuki quando si accorse di essere seguito.

- Mi sono ricordato di una cosa.-

Mi sono ricordato che quando quelle persone se ne sono andate dal mio mondo, per un poco il mio mondo mi è sembrato molto più vuoto. Poi mi sono riabituato, certo. Ma quando c’erano loro, era diverso.

Mi sono ricordato che non se ne sono andati solo per la fine della scuola, o cose simili. Se ne sono andati perché non sono stato in grado di tenerli qui.

Il pensiero nacque e morì nello spazio di un secondo. Poi Doumeki decise di scordarselo.

E poté impiegare tutte le facoltà mentali nell’azione di infastidire Watanuki, da quel momento fino a quello in cui lo ebbe riaccompagnato a casa.

Fine

 

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Note dell'autore

E’ solo un’interpretazione del personaggio di Doumeki. Se si scontra con la visione che voi avete di lui, mi scuso, ma, appunto, si tratta del modo in cui lo vedo io.

E’ possibile che la parola “shizuka” voglia dire proprio silenzio, o sia comunque legata a quell’ambito di significati? Correggetemi se sbaglio, ma io credo di sì.

Qualcuno di voi mi spiega perché finisco sempre per scrivere storie sui personaggi che mi coinvolgono di meno? O_o

Qualcuno di voi mi spiega magari anche perché una nota casa editrice italiana ha i diritti di questo manga da due anni e non lo pubblica? Vabbè…Scriviamoci su, và!

Questa storia è dedicata a una persona che si agita e angoscia come Watanuki, e come lui ha lo stesso dono di mettersi nei guai per gli altri. E, sapete una cosa? Per me è una cosa davvero bella..

Grazie a chi ha letto! ^_^

Ciao!

Harriet

yumemi@hotmail.it

 

 

Credits

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