
Look ahead
di
Harriet
Una mattina ero in uno strano stato, a metà
tra il felice e l'angst, tra l'illuminazione e la follia. Ero seriamente
emozionata, senza un motivo preciso. Così...è uscita questa storia.
E' per le mie "persone più importanti" in blocco, nella speranza di
rimanere, in qualche modo, sempre vicine.
E' per un gruppettino di persone speciali che...beh, che sono loro, che ci
sono sempre, e di cui sono felice
Spoiler su una cosa abbastanza grossa del capitolo 118!!!
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Si sollevò di scatto, emettendo
un suono di sorpresa, quasi stupito di se stesso, per essere stato capace di
addormentarsi proprio lì. Un vago indolenzimento lo aveva colto: niente di
strano, aveva trascorso almeno un’ora a ronfare sui libri. Su una irregolare
pila di libri. Tanti libri. C’era da chiedersi come ci fosse riuscito. E non
era nemmeno la prima volta.
Sospirando, l’uomo si tolse gli occhiali e si strofinò gli occhi. Qualcuno,
di recente, gli aveva detto che in quel gesto sembrava un po’ un bambino.
Chi era stato? Non lo ricordava, forse gli sarebbe tornato in mente più
tardi. Vedeva così tanta gente, da qualche tempo.
Gente...di ogni tipo. Di ogni luogo.
Di ogni mondo.
Così tanta gente, tanti sorrisi, sguardi, parole, voci, mani, anime,
richieste, risate, preoccupazioni, problemi, guai, domande, misteri.
E in ognuno di loro gli pareva di rispecchiarsi almeno un po’. Venivano da
lui con una domanda, e lui si sentiva più dubbioso di loro. Ma poi, quando
alla fine riusciva a trovare una soluzione, a ristabilire l’ordine, a
riportare le cose nei binari dell’Hitsuzen, si rendeva conto di essere in
grado di cose che non avrebbe mai immaginato, poco tempo prima.
Decisamente negli ultimi anni era cambiato. Continuava a cambiare.
E lei lo guardava sempre con quello sguardo fiero, le poche volte che
si incontravano. Come se lui fosse una sua splendida creazione che poi aveva
assunto vita propria. Non era certo molto lontana dalla verità. Lei non era
cambiata neanche un po’, però lui adesso aveva una scorta ulteriore di
partenza, e la sopportava molto meglio. E quello sguardo fiero, solo per
lui, lo ricolmava di gioia.
- Si è fatto veramente tardi.- sospirò, sollevandosi sulla sedia e
stirandosi. Che confusione c’era lì dentro. Non era da lui lasciare tutto in
quello stato per così tanto tempo! Erano ben tre giorni che non si dedicava
ad una pulizia fatta bene, e ciò non gli piaceva per nulla.
Però, ora stava raggiungendo qualche piccolo risultato, e quella cosa
era così importante...
Chinò gli occhi sul libro che stava studiando prima di crollare. Se non
avesse avuto il suo “lavoro” di mago più potente di quel mondo (e anche di
mago maldestro che cerca di dominare i suoi poteri), di sicuro quella
ricerca sarebbe stata ultimata già da tempo. Ma le persone, gli spiriti, l’Hitsuzen
e chissà che altro richiedevano il suo potere, mentre quella ricerca la
portava avanti per sua volontà.
E la persona al centro di quello studio, invece, non gli aveva mai chiesto
niente. Anzi, non sapeva nemmeno che lui ci si stava impegnando tanto. Beh,
magari lo immaginava...Ma se ne avesse avuto la conferma, probabilmente non
sarebbe stata contenta per nulla.
Si lasciò prendere da qualche attimo di malinconia. Era così tanto che non
si vedevano...
- Ma se le cose continuano così, presto avrò trovato un modo.- sussurrò, più
per farsi coraggio che per un’effettiva sicurezza.
Si alzò con un po’ di sforzo, sfiorando quasi con dolcezza il librone posato
sul tavolo, “Casistica della cattiva sorte”. Il titolo lo faceva ridere, ma
il contenuto gli sarebbe stato prezioso.
- Aaaah, cavolo, avere il mal di schiena a trent’anni è grave!- piagnucolò,
rimettendosi in piedi. Sospirò nuovamente, guardandosi intorno. – Oh, ma
perché intorno a me ho solo creature inutili che non fanno mai niente per
aiutarmi!-
- Majutsushi-san è cattivo!-
L’uomo si voltò di scatto verso l’angolo della stanza da cui provenivano le
due vocine che avevano pronunciato quelle parole. C’era uno spiritello con
la faccia blu e delle orecchie da coniglio, ed insieme a lui un ragno,
grande quanto una mano, entrambi con un visino rattristato.
...magari avrebbero anche potuto smettere di chiamarlo “signor mago”, visto
che lo facevano per farlo arrabbiare! Bestiole irriverenti! Però ormai ci si
era abituato.
- Non sono io ad essere cattivo, siete voi che non mi aiutate!-
- Ma l’ultima volta che abbiamo aiutato, majutsushi–san, si è arrabbiato!-
protestò il ragnetto, con una vocina tenera e abbattuta.
- Ma avevate confuso tutti i libri nella libreria!-
I due aiutanti sembrarono così tristi, a quelle parole, che tutta la rabbia
del mago si dissolse.
- E va bene, va bene. Non siete inutili. Dai, venite in cucina, che preparo
la cena.- Gli esserini esultarono e lo seguirono immediatamente. Durante il
tragitto, il mago trovò un grembiule bianco abbandonato su una sedia e lo
infilò, sopra la tunica blu che indossava. Finalmente era arrivato il
momento più rilassante della giornata.
In cucina lo attendeva l’ennesimo spavento. Un qualcosa di lungo e
svolazzante gli si gettò addosso, arrotolandosi intorno al suo collo.
- Nooo! Te l’ho detto mille volte di non fare così!- protestò il mago,
riavendosi dalla sorpresa. Quell’esserino lo salutava con tutto quello
slancio dal primo istante in cui si erano visti, molti anni prima. Il mago
però tornò subito a sorridere, allungando una mano per carezzare lo
spirito-volpe, che emise una sorta di verso soddisfatto.
Il mago si mise ai fornelli, con un’espressione finalmente serena e distesa.
Lo spiritello e il ragno gli saltellavano attorno, la volpe continuava a
rimanergli addosso, e lui lavorava senza molte preoccupazioni, liberando la
mente da tutti i problemi della giornata.
- Devo andare anche stasera?- domandò all’improvviso una voce, una voce
profonda e femminile, anche se non molto umana. Il mago si voltò, i suoi
occhi azzurri incontrarono gli occhi d’oro di un superbo uccello dalle piume
multicolore.
- Sì, Tsuki.- rispose, facendo un sorriso. La creatura fece qualcosa simile
ad un inchino con la testa. – Ti ringrazio.- disse ancora lui.
- Lo sai che io sono contenta.-
Il mago sorrise di nuovo, felice e grato. Grato a tutti i membri della
strana famigliola che gli era sempre accanto.
In quell’istante un rumore inatteso lo fece gridare. In realtà il rumore era
molto comune, e lui avrebbe dovuto sapere di cosa si trattava, ma non aveva
mai imparato a non farsi cogliere di sorpresa da tutto e tutti.
- TU!- sbraitò, agitando una padella come una sorta di arma. – Nessuno ti ha
insegnato a suonare il campanello, quando arrivi in casa altrui?-
- E allora le chiavi a che mi servono?- rispose una voce un po’ monocorde
proveniente dall’ingresso. Poi il proprietario della voce si affacciò in
cucina. Un uomo alto e robusto, con un’espressione apparentemente
indifferente sul viso, vestito con un kimono.
- Aaaaaah, basta, non ti dico nemmeno più nulla!- sospirò il mago. – Cosa
vuoi stasera?-
- Solo dirti un paio di cose che sono successe al tempio.- rispose l’altro,
entrando in cucina e sprofondando in una poltrona. Il mago gli lanciò
un’occhiata traversa: sembrava molto stanco.
- Ehi, tutto bene?-
- Sì, ho solo avuto un po’ di cose da fare. Niente di che.-
Il mago non rispose, si limitò a mettere in un piattino un po’ di quello che
stava preparando, mettendolo nelle mani dell’altro.
- Tieni, sfruttatore.-
- Ma io non ti avevo chiesto nulla. Non ancora, almeno.-
- Ecco, appunto! So che l’avresti fatto! Almeno mi sono risparmiato di
sentirtelo dire!-
L’espressione dell’uomo in kimono variò per un istante, virando verso un
sorriso divertito, per poi tornare ad essere quella di sempre. Prese a
mangiare lentamente, mentre raccontava alcune cose di evidente interesse per
il mago. Parlarono per un po’, finché il mago non ebbe finito di fare la
cena. Gli aiutanti del mago avevano apparecchiato e si erano già seduti.
- Dai, siediti e dimentichiamo il lavoro, almeno ora.- sospirò il mago.
L’altro annuì, prendendo posto a tavola. Il mago servì tutti, borbottando
che per una volta potevano anche darsi da fare loro. Poi preparò una
porzione che incartò e appoggiò in un angolo. L’uccello allora si mosse,
andò a recuperare il sacchetto e spiccò il volo, uscendo dalla finestra
aperta.
- Va da lei?- domandò l’uomo col kimono.
- Già.-
- Le mandi la cena tutte le sere?-
- Quasi tutte.-
- Ma se Tsuki va da lei, allora sa dove si trova.-
- Sì. Solo che, per un incantesimo, non può dirmelo. Così io non posso
raggiungerla.-
- E lei, come ha ottenuto quell’incantesimo?-
- ...Yuuko.-
- Ah. E’ decisa a non farsi trovare, eh?-
- Dopo che io...Insomma...dopo l’ultimo incidente, la capisco.-
Il mago si era fatto davvero triste. L’altro lo guardò per un attimo,
leggermente preoccupato.
- Ehi, Kimihiro. Non cominciare ad incolparti perché se n’è andata. Lo
sapevamo, che potevano accadere cose simili. E che non tutte le volte
saremmo stati in grado di tenerla con noi.-
- Lo so. E’ che...-
- Non ti sembra di fare già abbastanza per lei?-
- Faccio quel che posso.-
- Tanto prima o poi troverai il modo di aiutarla.- disse l’altro, accennando
un sorriso. – Sei un idiota, questo è appurato, ma fare il mago ti riesce.-
- Cooooosa? Ma come ti permetti? Dannato scroccone invadente e maleducato!-
L’altro si mise le mani sulle orecchie, come per non voler sentire quel
concerto di insulti e grida sconclusionate.
Come faceva sempre, da una vita.
E mentre il mago urlava, pensava che avevano sempre fatto così, e che non
sarebbero mai stati in grado di fare in altro modo.
E pensava che gli andava bene.
E che era grato di quello strano protettore, che aveva accettato di mettere
la sua vita al servizio del più potente mago di quel mondo...con una
sconcertante semplicità, senza esitare un istante. Quando i poteri di
Kimihiro Watanuki si erano manifestati, quando aveva scoperto qual era il
suo destino, Shizuka Doumeki aveva detto che sarebbe stato parte della sua
vita. Senza esitare un istante.
La solita pantomima degli insulti e delle grida finì (sarebbe ricominciata a
breve, ovviamente, era la norma), e i due si misero a mangiare, parlando
abbastanza tranquillamente di lavoro e di cose che non c’entravano nulla col
lavoro.
- Ehi, non pensi che dovresti cambiare casa?- chiese ad un certo punto
Doumeki.
- Cos’ha che non va, la mia casa?- si infervorò Watanuki.
- L’attico di un grattacielo non è adatto a un mago.-
- Ah, e cosa dovrei fare, comprarmi un tempio anch’io e stupire quelli che
vengono da me con sfoggio di ricchezza ed eleganza?-
- Hai poco spazio, quindi finisci per lasciare che i libri e le cose del
lavoro te lo occupino tutto.-
- Ma io...Non ho bisogno di molto spazio per me.- mormorò Watanuki,
sorpreso.
- Sì, non è una novità. Però non puoi dormire su quel pulcioso divanetto in
cucina.-
- Non è pulcioso!- si ribellò Watanuki.
- Ma è in cucina.-
- E allora? Non ho bisogno di una camera!-
Doumeki smise di insistere e chiuse la discussione con un’occhiata
eloquente. Che voleva dire “vedrai che prima o poi ti faccio cambiare idea”.
- Yuuko mi aveva detto che c’era una casa, in effetti...- iniziò di nuovo
Watanuki, titubante. – Però non so. Non ora, almeno. Ho troppe cose da fare.
Ci penserò.-
Finirono la cena, poi Doumeki si alzò, scusandosi perché se ne andava e
spiegando che l’indomani avevano una cerimonia funebre al tempio. Mentre si
alzava, la manica sinistra del kimono si sollevò, e Watanuki notò la
bruciatura sul braccio di Doumeki. Si sentì stringere il cuore, come al
solito.
L’ennesimo salvataggio della sua inutile vita da parte dell’altro. Anche
questo non era mai cambiato.
Possibile che tutto ciò che poteva dare all’altro, in cambio della sua
amicizia e protezione, fosse solo pericolo e dolore?
Doumeki dovette notare il percorso degli occhi dell’altro, perché si
affrettò a tirare giù la manica del kimono, alzando gli occhi al cielo.
- Sei proprio uno scemo.- borbottò. – Ci vediamo domani.-
Fece un gesto di saluto ed uscì dalla casa del mago. Watanuki rimase
imbambolato per un istante, poi ricordò qualcosa.
- Ehi!- gridò, correndo dietro all’altro. – Ehi, stupido di uno Shizuka! Ti
sei dimenticato questo!- Lo inseguì per le scale dell’edificio (l’ascensore
non arrivava all’ultimo piano!) Lo raggiunse e gli dette la colazione che
aveva già preparato per lui.
- Ah, bravo.- commentò Doumeki, prendendo il pacchetto.
- Bravo?!? Ma non diceva “grazie”, una volta?- protestò l’altro.
- Ci vediamo!-
Watanuki sospirò e rientrò in casa, riflettendo che erano amici da tanto
tempo, eppure continuavano a comportarsi come gli adolescenti scemi che
erano quando si conobbero. Forse era rassicurante per tutti e due. Anche se
avevano iniziato (da poco, a dire il vero) a chiamarsi per nome, “stupido”,
“idiota” e simili restavano i loro appellativi preferiti. Chissà, magari era
solo un modo silenzioso per ripetersi, in ogni momento, che ognuno dei due
c’era, per l’altro, e ci sarebbe sempre stato.
Chiuse la porta e mormorò un incantesimo protettivo, per chiuderla ancora
meglio. Era un mago potente, ma gli spiriti li attirava ancora.
Alla fine, il suo vero desiderio si era rivelato molto diverso da quello che
credeva di avere all’inizio. E anche se Yuuko l’aveva ripagato degli anni di
servizio, insegnandogli a dominare i suoi poteri e anche gli spiriti, il suo
bizzarro dono non se n’era andato del tutto.
Guardò l’orologio: mezzanotte passata. Sì, aveva cenato un po’ tardi. Oh,
beh. Non ci poteva fare niente.
Si riaffacciò al suo studio e decise che avrebbe lavorato un altro po’. Solo
un pochino. Doumeki l’avrebbe ucciso, se l’avesse saputo, ma tanto non
l’avrebbe mai saputo. E la Zashiki Warashi era venuta a trovarlo qualche
giorno prima, quindi non c’era pericolo che comparisse e lo beccasse al
lavoro a notte fonda...come era successo più di una volta. La povera
spiritella scoppiava sempre a piangere, quando lo vedeva così prostrato dal
lavoro, e poi toccava a lui vedersela con quei buffi cosi che
l’accompagnavano!
Lavorò ancora un’ora, studiandosi quel libro e maledicendo ogni riga, ogni
frase sibillina che gli lasciava intravedere una soluzione ma poi non gli
rivelava nulla di preciso.
Quando finalmente decise di andare a letto, chiuse il libro mettendoci un
segno e guardando con aria critica gli appunti che aveva preso.
- Vedrai, ci riuscirò.- mormorò, sorridendo e facendosi coraggio, come al
solito.
Ma aveva imparato che crederci, e fare tutto a piccoli passi, spesso si
rivelava fruttuoso per davvero. E quindi era sicuro che prima o poi avrebbe
trovato il modo di liberarla dal tremendo fato di portare cattiva sorte alle
persone che lei amava. Ci sarebbe riuscito. Cavolo, era il mago più potente
del suo mondo o no?
Anche il mago più imbranato di tutti i mondi.
Fece una risatina tra sé. Si sentiva lo stesso sciocco infantile di sempre,
troppo preoccupato per tutto, incapace di gestire bene i sentimenti. Ma le
cose che aveva imparato, e che continuava ad imparare, quelle le portava con
sé. E la cosa più importante che aveva imparato...era che non doveva avere
paura del futuro.
Perché era ancora tutto da decidere, e perché anche lui, a piccoli passi,
con tutto se stesso, avrebbe potuto scriverne le sue pagine.
Note dell'autore
I'm at:
Dark
Chest of Wonders
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