
Flower of despair
di
Harriet
Durante la terza volta che fu
spedito in giardino, senza un motivo abbastanza valido, Watanuki cominciò a
riflettere sull’ingiustizia della sua condizione. Lavoratore part-time per
una maga, lavoratore non stipendiato (almeno, non nel senso comune del
termine) e sopratutto obbligato a soddisfare i più incredibili capricci di
quella donna assurda. Avrebbe dovuto ribellarsi. Avrebbe dovuto mettere in
chiaro che non era più disposto a tollerare quel trattamento, e soprattutto
in pieno agosto, mentre la sua padrona se ne stava a mollo, servita e
riverita dai due spiritelli senz’anima. Lasciandogli, naturalmente, da
sbrigare le faccende più faticose e inutili. All’aperto. Era veramente
troppo.
Il ragazzo si fermò, smettendo di innaffiare la colossale ortensia che era
stata affidata alla maga per qualche giorno. (Per la grande gioia di
Watanuki, che, dopo quell’episodio con Ame Warashi, evitava le ortensie il
più possibile).
Si guardò attorno, riprendendo fiato ed energia. Il giardino di Yuuko
sembrava un po’ diverso tutte le volte che lo osservava. Non che questo
fosse stupefacente. Però, in quel momento, aveva una fisionomia più strana
del solito, e Watanuki non riusciva a capire cosa colpisse in particolar
modo la sua attenzione, nell’intrico di piante che circondavano il piccolo
spazio verde davanti al negozio. C’era qualcosa di...urtante. Il
ragazzo si tolse gli occhiali e si strofinò gli occhi, passando la mano più
volte sull’occhio che condivideva con un’altra persona. Magari era solo
l’effetto di quell’occhio, se nell’ambiente attorno a lui c’era qualcosa di
strano.
Ma non era una sensazione visiva. Non del tutto, almeno. Rimise gli
occhiali, quasi rassegnato a sorbirsi quel malessere spirituale, per
parlarne più tardi a Yuuko, ma un attimo prima di tornare al lavoro,
finalmente, individuò l’oggetto di disturbo. Nell’angolo più lontano dalla
casa c’era una pianta rampicante, che c’era sempre stata. O forse no?
Beh, non era quello l’importante. Il fatto notevole era che sembrava essersi
ingrandita. Una pianta rampicante, che abbracciava lo steccato e
protendeva in avanti i suoi rami ritorti, le sue lunghe foglie, e
soprattutto la sua miriade di fiori. Grossi fiori a campana, di un arancio
intenso.
Si perse per un attimo ad osservare la pianta. I fiori.
Fa così caldo...
Così caldo che quei fiori sembravano prendere fuoco. Non aveva mai amato
molto l’estate. Gli faceva sempre venire in mente cose poco piacevoli, come
la distruzione, l’oblio, la morte...forse perché con il caldo dell’estate i
corpi si decompongono più in fretta...
Ma che cavolo sto pensando?
Il ragazzo trasalì e fece un balzo di sorpresa, quasi ci fosse stato
qualcuno dietro di lui, che gli avesse infilato quel pensiero in testa, a
tradimento. Si passò una mano sulla fronte, si guardò attorno,
rabbrividendo.
Dove stava andando la sua mente?
Si sentì strano e a disagio. Come quando uno ha un pensiero molto insolito,
molto balordo e molto morboso. Perché quello strano pensiero era stato
esattamente così.
Era solo una suggestione.
Si impose di non pensarci, e allungò la mano per riprendere l’annaffiatoio.
Ma prima di poter compiere quel gesto liberatorio, i suoi occhi incontrarono
di nuovo, irrimediabilmente, quella strana pianta nell’angolo.
Non aveva mai avuto un profumo particolare, quella pianta, se ci pensava
bene. Ora però gli sembrava di percepirlo, in tutta la sua forza vagamente
malsana. Odore di miele e di terra, odore di linfa e di pollini. Dolciastro,
appiccicoso, un passo di troppo oltre la linea di confine tra gradevole e
nauseante.
E tutti quegli insetti, da dove spuntavano? Aveva notato altre volte come
quei fiori attirassero ogni sorta di piccola fauna, ma adesso i fiori
sembravano diventati piccoli aeroporti, invasi di voli in partenza e in
arrivo. Un attimo dopo iniziò anche a percepire il ronzio dei clienti della
pianta. Un ronzio complesso, una polifonia di suoni bizzarri e disturbanti.
E quei fiori. Piccoli imbuti color arancio, arancio fiamma, con la bocca
spalancata e la gola protesa, invitanti tunnel, produttori di nettari per
tutta quella folla alata.
All’improvviso gli sembrò che gli insetti avessero smesso di andare e venire
dalla pianta. Adesso si limitavano ad andare. Non tornavano più.
C’erano sempre più insetti, e tutti accorrevano al banchetto promesso da
quei fiori, ma una volta entrati nelle bocche delle campanule arancio
evidentemente scoprivano di apprezzare i piaceri di quel luogo più di ogni
altra cosa, e rimanevano lì dentro.
In un luogo caldo, appiccicoso, nascosto.
Come in un ventre. Che però non ti teneva in sé per partorirti e darti alla
luce, ma per conservarti, fino alla tua dissoluzione.
Come il ventre della terra.
Come il ventre della terra tiene in sé il corpo di qualcuno che è diventato
l’ennesima preda della morte.
Ecco, morire doveva essere un po’ in quel modo. Lasciarsi avvolgere da un
abbraccio mieloso e appiccicoso, svanire lentamente, risucchiati in un luogo
caldo, umido, nascosto. E trasformarsi in nutrimento per le piante, per
quella pianta, per permetterle di continuare la sua aberrante vita, la sua
esuberante, inarrestabile vita, la sua secrezione di nettari dolci,
invitanti e tremendamente velenosi, un orrore distillato con grazia.
E anche lui, presto, sarebbe divenuto parte di quel ciclo infinito, sarebbe
scivolato lentamente nella terra, e mentre la sua anima si sarebbe dissolta
in una miriade di particelle, senza più sentimenti o pensieri, il suo corpo
sarebbe divenuto...niente, solo elementi chimici risucchiati dal suolo e
dalle radici insaziabili delle piante.
Accadrà presto, no? Accade a tutti così. Sarebbe meglio lasciarsi andare.
Non si può sfuggire alla dissoluzione. Sarà quasi...dolce.
E mentre si lasciava trascinare da quelle visioni avvolgenti, non si
accorgeva che i suoi muscoli si muovevano da soli, attratti, come gli
insetti incauti, dalla meraviglia spaventosa dei fiori infuocati. Vedeva
distintamente il processo inevitabile dello sfacelo del suo corpo, mentre si
muoveva, come in trance, verso la fonte di quel potere caldo, umido,
appiccicoso, infuocato, arancione, invitante, troppo invitante ed ipnotico
per potergli sfuggire.
Era un incantesimo malvagio e potente. Era una visione di orrore e
decadenza, ma era anche attraente, risvegliava quella curiosità morbosa che
l’animo si affanna sempre a sopire. Vedere la morte. Vedere la rovina
delle cose, degli esseri viventi, delle sue cellule, una dopo l’altra.
Disgregazione nella terra, per poi diventare nettare, perché quella pianta
mostruosa producesse altro nettare velenoso...
NO
E’ questa, e nient’altro, la morte?
Il pensiero penetrò la sua mente scossa e paralizzata, improvviso. Come
fosse stato una delle frecce di Doumeki, che attraversava le folle di
spiriti malvagi che lo assediavano sempre, per liberarlo da quegli esseri,
così quel pensiero passò in mezzo alle visioni malate che affannavano la sua
mente, e le incrinò.
E’ questa, e nient’altro la morte?
E’ solo questo?
Questo?
Questa quieta dissoluzione senza speranza, per diventare una manciata di
elementi terrestri, e nutrire incubi e mostri?
NO!
Disperatamente si attaccò ad altre visioni, flebili e pallide, nel retro
della sua mente. I suoi genitori, morti per salvare lui, ed i loro spiriti
che lui sentiva vicini (perché sarei già morto mille volte, se non ci
fossero stati loro). Quella bambina che non riusciva a trovare la pace
finale, che lui aveva preso per mano, per farla smettere di piangere, per
portarla alla felicità che meritava (ed è andata lì, Yuuko-san me l’ha
confermato!). La quiete del tempio di Doumeki, la quiete e il rispetto...e
la familiarità con cui Doumeki parlava della morte. Che era una cosa degna
di quiete, rispetto e familiarità, un passaggio misterioso. E tutti i suoi
incontri con gli spiriti, che, nelle loro stranezze, in mezzo alle loro
sconclusionate follie, sembravano volergli dire (gridare): la vita non è
tutta lì, l’universo è molto più grande e le cose sono molto più profonde di
quel che sembrano a te, piccola creatura sciocca!
E allora...
NO!
La morte non è solo questo!
Non è...
...la fine...
Non è...
Perse la battaglia col suo corpo, ma mentre scivolava nella semicoscienza
avvertì che aveva di nuovo il controllo su di sé. E questo era decisamente
rassicurante...
- Io non...Cosa...Yuuko-san?-
- Ben svegliato, Watanuki-kun. Ti senti meglio adesso?-
La maga era seduta accanto a lui, sorseggiando qualcosa (di alcolico, senza
alcun dubbio). E lui era disteso sul divanetto che troneggiava nella sala
principale del negozio di Yuuko.
- E’ una mia impressione o quella pianta ha cercato di...ehm...di
mangiarmi?-
- Più o meno.- rispose lei, tranquilla. – Ma non è stata colpa della pianta.
Piuttosto, dovresti incolpare quello che aveva preso possesso della pianta.-
- E cos’era?-
- Oh, meglio non saperlo. L’importante è che tu sia qui.-
- E questo...qualunque cosa fosse...ora dov’è?-
- Non c’è più. Si è dissolto. Quando una delle sue vittime si ribella, perde
ogni suo potere.-
Watanuki spalancò gli occhi, colmi di stupore. Allora lui...
-...l’ho...Insomma, l’ho respinto da solo?-
- Già. A quanto sembra, hai uno spirito più forte di altre persone.-
- Mi è solo venuto in mente che se quella pianta stava tentando di farmi
credere che la morte è la fine di tutto, si sbagliava. Mi stava dicendo che
era meglio se abbandonavo il mio corpo, subito, sarebbe stato meglio. Niente
più dolore. Solo la dissoluzione nel suolo. Ma io non credo che sia così.
Voglio dire...credo di...aver sperimentato che le cose stanno diversamente.
No?-
Yuuko sorrise in quel modo inquietante di cui solo lei era capace. Il genere
di sorriso che sottintendeva troppe cose, la maggior parte delle quali
impossibili da capire.
- Te l’ho detto. Evidentemente hai uno spirito più forte di altre persone.-
Poi la donna si alzò, avviandosi all’uscita della stanza. Sulla soglia si
voltò a guardare il suo stravolto impiegato. – Ora puoi anche andare a casa,
se vuoi. Hai finito qui, per oggi.-
- Ma non dovevo annaffiare i...- Yuuko lo lasciò solo, e lui capì,
all’improvviso. – Yuuko-san! Mi hai mandato in giardino perché sapevi cosa
c’era in quella pianta! Lo hai fatto apposta! Yuuko-san!-
La sua rabbia rimase inascoltata, come sempre. Il ragazzo si rassegnò per
l’ennesima volta, si alzò, riprese la sua roba ed uscì dal negozio.
Mentre lasciava il giardino, lanciò un’occhiata guardinga alla pianta. Ma si
accorse che si trattava solo di un misero rampicante, relegato ad un angolo
del giardino, con dei fiori arancio quasi del tutto appassiti, tormentati da
qualche insetto svogliato.
Proprio niente di cui aver paura.
Note dell'autore
Scritta per il concorso di
True Colors, seconda
classificata.
Tema: Estate/Colore arancio
Credits
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