
Madscape
di
Wren
***Lievi spoilers sul passato di Fay e accenni
ad avvenimenti successivi al capitolo 120.***
Dopo una sfilza di fic piccine piccine, ho sfornato una cosa
mastodontica per i miei standard... Spero piaccia e che non faccia
venire il mal di testa a nessuno! E' strana, lo so, parecchio...
Avrebbe la pretesa di essere un racconto inquietante per il concorso
di Harriet, ma dato che:
a)non è inquietante per niente
b)non so far andare il forum dell'efp e non mi posso iscrivere
direi di lasciar perdere!XD Change of Mind! Dopo una
chiacchierata con la madamigella giudicessa, si è optato per
l'iscrizione! XD ("Embeh?!" disse il Mondo)
Dedicata a Sely-chan! <3
Fanfic scritta per la community
Daisuki (10_clamp)
4(#13). But we breathe, We breathe.
Da qualche parte, tra AcidTokyo e Infinity.
________________________
I know
well what lies
Beyond my sleeping refuge
The nightmare I built
My own world to escape
*“Imaginary” – Evanescence*
L’aria invase i suoi polmoni con avidità, come
se fosse appena riemerso da troppi minuti di forzata immersione
in acqua. Non riusciva ancora ad aprire gli occhi, ma al momento
la sua priorità era respirare. Infine, quando ormai fu certo che
di essere in grado di inspirare ed espirare senza problemi, si
concentrò ed ordinò alle sue palpebre di aprirsi.
Il luogo dove si ritrovò Kurogane andava al di là di ogni più
fervida immaginazione. Riconobbe che doveva essere un paesaggio
di aperta campagna in una notte stellata, ma tutto appariva come
dipinto dalle frettolose pennellate di un pittore, più attento a
lasciare sulla sua tela colori di tempera densa che a delineare
i contorni di ciò che voleva rappresentare. Kurogane riuscì a
valutare a che altezza fosse l’orizzonte perché le impronte di
verde-blu, tese verso l’alto, lasciavano posto ad un certo punto
a cerchi concentrici di nero grumoso, sempre più chiaro man mano
che si avvicinava alle gigantesche stelle, ma se gli spruzzi di
giallo ed arancione nella valle fossero un villaggio o un
accampamento o i focolai di un incendio, quello non avrebbe
saputo dirlo.
Provò a muovere un passo ed il suo corpo rispose immediatamente,
pur restando impantanato nella palude di tinte colorate, a
tratti più o meno annacquate. Non aveva idea di dove andare, ma
ancor meno aveva tempo da perdere, e cercare di farsi strada in
quel folle pantano pittorico era la cosa più vicina al fare
qualcosa di utile. Non si curò più di tanto delle macchie che si
diffondevano, si allargavano e si mescolavano sui suoi vestiti.
Non che quelli fossero i suoi vestiti, in fondo. Arrivato alla
cima di un colle di alta erba impiastricciata, si fermò per
guardarsi attorno e forse fu proprio perché il liquido rumore
della tempera schizzata dalle sue scarpe cessò, si accorse di un
altro scalpiccio di passi da qualche parte attorno a lui. Si
voltò appena in tempo per vedere il cavallo ed il suo cavaliere
avvicinarsi. L’animale era fatto di legno dipinto, e ricordò a
Kurogane un balocco da bambino, pur tuttavia il cavallo si
muoveva attraverso la prateria dipinta e si avvicinava sempre di
più.
“Chi sei?” domandò sorpreso il cavaliere, una volta che ebbe
raggiunto Kurogane.
“Ti sei bevuto il cervello?” rispose di getto il ninja. “Sono
io, scemo di un mago, non mi riconosci?”
Fay lo osservò con occhi, entrambi gli occhi, spaesati e
sinceramente sorpresi.
“Lasciamo perdere...” sospirò Kurogane, rendendosi conto che
tutta la situazione era già di per sé abbastanza paradossale, il
fatto che l’idiota non lo riconoscesse non cambiava la
situazione di molto. “Scendi da quel trabiccolo, dobbiamo
andarcene di qui!”
“Temo che sia impossibile.” rispose pacatamente Fay. “Io ho una
missione da compiere.”
Kurogane lo fissò in tralice, indeciso se fosse o meno il caso
di infuriarsi seriamente con il compagno di viaggio.
“E tu... tu che per me sei uno straniero, ma sembri conoscermi
così bene... non puoi essere che Lui.”
“Chi dovrei essere?” l’assecondò Kurogane. Se avesse dato corda
alla mente sconvolta del mago, forse avrebbe ottenuto comunque
quello che voleva.
“Il mio aiutante magico!” gli sorrise Fay.
“Il tuo COSA?”
“Ogni cavaliere in missione ha un aiutante magico. Di solito
sono piccoli animaletti parlanti dall’aspetto di un peluche,
quelli sono i migliori, ma non si può pretendere troppo dalla
vita, perciò mi accontenterò di te!” spiegò il mago,
profondamente convinto delle sue ragioni.
Kurogane ricordò a sé stesso il motivo per cui si trovava in
quel luogo e cercò di mandar giù le assurdità che il mago
snocciolava, cosciente che, almeno quella volta, non le stesse
dicendo apposta per mandarlo fuori dai gangheri.
“Coraggio andiamo! Abbiamo una persona molto importante da
salvare e dobbiamo salvarla presto. Non abbiamo tempo da
perdere!” e per la prima volta Kurogane si trovò d’accordo con
lo stupido mago.
Per fortuna i movimenti del cavallo giocattolo erano intralciati
dalle legnose giunture delle sue zampe, che lo facevano
procedere con una grottesca andatura a scatti. Kurogane riuscì
tranquillamente a tenergli dietro a piedi.
“Dove siamo diretti?”
Fay lo fissò divertito, come se la sua domanda fosse una tale
idiozia da non meritare più di quell’innocente scherno. Kurogane
sostenne il suo sguardo, senza cedere alla rabbia e alla
frustrazione, finchè Fay non distolse lo sguardo.
“C’era una volta un Principino...” cominciò a raccontare e
Kurogane si costrinse a non protestare per quell’ennesima
assurdità.
“...un Principino orfano dei genitori e cresciuto dalla matrigna
in un immenso palazzo. La matrigna era una donna tanto bella
quanto malvagia, ed era ossessionata sempre più dal suo aspetto
ogni giorno che passava.
Possedeva uno specchio incantato al quale domandava ogni giorno
Specchio specchio delle mie brame, chi è la più bella del
reame? e quello sempre la rassicurava dicendole che era
proprio lei la più bella.
E per quanto non ci fosse amore in quel palazzo, il tempo
scorreva tranquillo nella sua indifferenza. Almeno finché la
risposta dello specchio non mutò causando la rovina del
Principino.
Specchio specchio delle mie brame, chi è la più bella del
reame? domandò la Regina, come ogni altro giorno prima di
quello.
Tu sei sempre la più bella. e già la Regina stava per
andarsene soddisfatta.
Ma il Principino che cresce in questo castello è più bello di
te.
La Regina, folle di invidia ed accecata dalla rabbia ordinò che
il Principino fosse ucciso, ma lui riuscì a fuggire nel bosco.
Aiutato dalle creature del bosco, il Principino poté trascorrere
un’esistenza tranquilla per qualche tempo, ma gli artigli della
sfortuna si erano conficcati a fondo nella sua tenera carne di
bambino, ed infine la Regina riuscì a trovarlo.
Con l’inganno lo convinse a mangiare la mela avvelenata che gli
aveva donato sotto mentite spoglie, e da allora il Principino
giace in una bara di cristallo, in attesa che qualcuno lo
salvi.”
Fay fece una pausa e tornò a guardare con gli occhi illuminati
dall’eccitazione Kurogane.
“E’ questo che stiamo andando a fare! Andiamo a salvare il
Principino!”
Il ninja lo fissò scettico, ma l’esaltazione che si era
impossessata del mago era sincera, perciò risolse di non fare
altre storie e di seguirlo in silenzio.
Ben presto nella distesa verde-blu di steli tracciati da
pennelli troppo spessi, cominciarono a spuntare delle macchie di
alberi qua e là, e macchie lo erano davvero. Rapidi colpi di
colore seminati con violenza avevano formato fronde cupe e
pesanti sopra le loro teste. Sempre più numerosi lungo il loro
cammino, gli alberi finirono per dar forma ad una contorta
foresta, nella quale Fay si infilò a capofitto, senza pensarci
due volte.
Dal tetto di rami carichi di quando in quando una goccia di
colore pioveva sulla testa di Kurogane, ma ancora una volta il
ninja inghiottì lo sbotto. Come guidato da una forza misteriosa
o come se sapesse già la strada, Fay lo condusse fino ad una
spaziosa radura tempestata di fiori a forma di goccioline di
tempera bianca. Kurogane lasciò Fay ad addentrarsi verso il
centro mentre lo teneva d’occhio. La bara c’era davvero, e la
cosa sorprendente era che, come lui e il mago, anch’essa non era
dipinta. Man mano che si avvicinava, Fay rallentò il passo, come
se si trovasse a far parte di un rito solenne o come se volesse
cambiare idea e darsela a gambe, chissà perché poi.
La bara era aperta, Kurogane riusciva a vederla bene, ed
altrettanto bene scorgeva il corpicino, come addormentato, di un
bambino dai lunghi capelli biondi. Fay protese titubante le
braccia e raccolse il piccolo in grembo, cullandolo con cura e
delicatezza.
Si chinò sulla fronte del Principino e vi lasciò un piccolo
bacio.
Fay si allontanò con la speranza accesa sul volto, ma non si
svegliò, non aprì gli occhi.
Improvvisamente il bel rosa che gli colorava le guance scomparve
e la sua pelle divenne livida e tumefatta. Fay spalancò la bocca
per gridare, ma l’urlo gli si strozzò in gola. Dei lividi di
violacei sbocciarono come macabri fiori mortuari sul volto del
bambino, rendendolo irriconoscibile. La pelle cominciò a tirarsi
e raggrinzirsi finché sotto la massa contorta di capelli
incrostati di sangue non rimase che il ghigno di un teschio.
Kurogane, pietrificato dall’orrore, si gettò su Fay per
allontanarlo dal cadavere che si stava disfacendo tra le sue
braccia e che stringeva convulsamente con tanta forza che il
ninja fu costretto a strapparglielo via.
Lo sguardo di Fay era terrorizzato, sconvolto dalla follia,
cominciò a ridere anche se stava piangendo. Poi si immobilizzò
di colpo e cominciò a rompersi. Kurogane lo stringeva
ancora per le spalle quando si accorse che il mago si era
trasformato in un puzzle e stava crollando a terra pezzo dopo
pezzo.
Altre gocce di tempera gli bagnarono il volto, con più
insistenza stavolta, e Kurogane, guardando in alto, si accorse
che il cielo si era fatto rosso scuro e se stava sciogliendo
sulla sua testa.
Era troppo scioccato per reagire quando fu sommerso e si lasciò
inghiottire e sprofondare.
*
Kurogane inspirò violentemente, come se avesse scordato come
respirare e si fosse accorto di star soffocando solo in quel
momento.
Aprì gli occhi ma l’oceano sanguigno di prima non accolse il suo
sguardo. Un diverso dipinto aveva riempito lo spazio,
pretendendo di sostituire il paesaggio come se fosse stato
reale. Colori sgargianti, tanto accesi da ferire la vista,
delineavano un lungo ponte stilizzato che si perdeva tra gli
arancioni e gialli del cielo. Si trovava sospeso ad un’altezza
spropositata sopra alla frastagliata linea del mare blu e della
terra verde, che si spingeva ora verso l’uno, ora verso l’altro,
disegnando una costa di insenature e promontori. In ognuna delle
direzioni, il ponte sembrava non condurre a nulla, ma in
lontananza gli sembrò di scorgere qualcuno perdersi della
foschia e Kurogane si affrettò a raggiungere la figura lontana.
Era ancora scosso per quanto era accaduto poco prima, non aveva
idea di ciò che si sarebbe trovato davanti in quel posto quando
aveva deciso di entrarvi, ma mai si sarebbe immaginato qualcosa
del genere. E doveva fare in fretta, prima di perdersi e
rimanervi invischiato.
Corse il più velocemente che poté, ma con grande stupore si rese
conto di avere il fiatone. Non era da lui stancarsi così presto,
era come se quel posto stesse ostacolando in tutti i modi la sua
presenza laggiù. Si appoggiò alla balaustra del ponte per
riprendere fiato e si rese conto che stavolta la tempera del
disegno era asciutta e gli lasciò sulla mano una fastidiosa
sensazione di polvere appiccicosa. Riprese a correre, ma per
quanta strada facesse, la figura indistinta in lontananza non si
faceva più vicina. Sentì l’aria intrisa di polvere di tempera
che gli bruciava i polmoni, ma testardo com’era, pensò che se si
fosse fermato ancora sarebbe stato come dargliela vinta, a quel
maledetto postaccio, perciò ignorò il dolore al petto e continuò
a correre. Fosse stato per lui, sarebbe andato avanti fino a
morire di stanchezza, ma le sue gambe non sembravano della
stessa opinione quando alla fine, senza essere arrivate ad alcun
risultato, cedettero gettando Kurogane a terra. Il ninja si
ritrovò boccheggiante per riprendere fiato, senza nemmeno la
forza di rialzarsi, con la faccia premuta sulla farinosa tempera
secca del ponte.
“Chi sei?” domandò all’improvviso una voce conosciuta.
Kurogane si tirò su a fatica e vide accanto a sé Fay, in groppa
ad un cavallo fatto di carta piegata ad origami, che fluttuava
dondolante a pochi centimetri dal pavimento del ponte. Aveva di
nuovo quel sincero sguardo sorpreso ad indicare che ancora una
volta non aveva la più pallida idea di chi lui fosse.
“Lasciamo perdere.” grugnì Kurogane rimettendosi in piedi.
“Devi essere il mio aiutante magico! Sì, senza dubbio, non puoi
che essere lui! Ogni cavaliere in missione ha un aiutante
magico. Di solito sono piccoli animaletti parlanti dall’aspetto
di un peluche, quelli sono i migliori, ma...”
“Ma tu ti accontenterai di me, lo so, come ti pare, stupido
mago, basta che la piantiamo con questa pagliacciata e usciamo
da qui!” Kurogane cominciava a non sopportare più davvero
l’assurdità di quel luogo.
“Ma che linguaggio colorito! Oh non importa, basta che mi aiuti
a portare a termine la mia missione!” disse Fay, rimettendosi in
marcia.
“E di cosa si tratterebbe stavolta?” domandò spazientito
Kurogane tenendogli dietro a piedi.
Di nuovo quel sorriso divertito. “C’era una volta un
Principino...
un Principino la cui nascita portò nel regno infinita gioia. Il
Re e la Regina organizzarono la festa più ricca e sontuosa di
tutti i tempi in suo onore ed invitarono anche le dodici fate
perché gli fossero di buon auspicio.
Ognuna di esse si avvicinò alla culla del Principino in un rito
solenne e gli offrì il suo dono. Una gli diede la bellezza,
un’altra la dolcezza, un’altra ancora la saggezza e così via
finché non rimase che l’ultima fata, la più giovane e timida di
tutte, che ancora non si era fatta avanti.
In quel momento a Palazzo giunse anche la tredicesima fata, che
non era per nulla buona, tanto che tutti nel regno la chiamavano
strega, lamentandosi di non essere stata invitata. Come
biasimare il Re e la Regina, lei aveva davvero una pessima
fama...
Ciononostante la strega si adirò molto e decise di vendicarsi.
Anche lei si avvicinò alla culla, come le altre fate avevano
fatto, ed offrì il suo terribile dono.
Il Principino sarebbe cresciuto amato da tutti, godendo degli
splendidi doni che le fate gli avevano fatto, ma soltanto fino
al suo decimo anno.
Allora si sarebbe punto il dito con un arcolaio e sarebbe morto.
Ridendo soddisfatta della propria crudele maledizione, la strega
lasciò il palazzo nella disperazione e scomparve.
Tutti piangevano per il terribile destino che attendeva il
piccino, ma l’ultima fatina buona si fece avanti, rassicurando i
presenti: mancava ancora il suo dono.
Era troppo piccola e debole per disfare il maleficio della
strega, ma aveva il potere di cambiarlo. Allo scadere dei dieci
anni, il piccino si sarebbe punto il dito con l’arcolaio, ma non
sarebbe morto. Si sarebbe addormentato finché un prode non
avesse affrontato la foresta di rovi spinosi e l’avesse
svegliato.
Così il Principino crebbe, compì dieci anni, si punse con un
arcolaio e ora giace addormentato. Noi dobbiamo andare a
salvarlo!”
“E dove sarebbe questa foresta di rovi?” chiese Kurogane,
preferendo non commentare l’assurda storia che Fay aveva
raccontato.
“Ma è proprio là, davanti a noi!”
Improvvisamente il ponte non proseguiva più verso un indefinito
cielo di rigacce gialle e arancioni, ma terminava a pochi passi
da loro in un contorto intreccio di neri rami spinosi, sempre
dipinti.
“Avanti aprimi la strada fino al palazzo!” ordinò Fay.
“E come pensi che possa riuscirci a mani nude???” si infuriò
Kurogane.
“Sciocchino, puoi usare la tua spada!”
“Ma io non ho...” Kurogane si accorse di avere una spada appesa
al fianco, quando pochi istanti prima era certo che non ci
fosse.
Impugnò l’arma e constatò che, come tutto in quel posto, non era
per nulla vera. Era una brutta copia di Souhi, ma fatta di
cartapesta dipinta con gli stessi colori polverosi di tutto il
resto. Forse se l’avesse tirata in testa a Fay avrebbe risolto
qualcosa più velocemente, ma accantonò l’idea e si rivolse ai
rovi. Menò un fendente e i rami si trasformarono in polvere.
Sembrava semplice, così cominciò ad aprire la strada, seguito da
Fay sulla sua bizzarra cavalcatura.
Dopo un tempo infinito, quando ormai Kurogane si era
completamente coperto di polvere fino ad averne anche in bocca e
negli occhi, i rovi terminarono ed arrivarono al palazzo.
Era un unico blocco grigio, imponente e minaccioso, senza
finestre e con un enorme portone spalancato su un interno buio
ed indefinito.
“Fantastico, siamo arrivati! Sei proprio stato bravo, signor
aiutante magico!” si complimentò Fay al settimo cielo, saltando
giù dal cavallo di carta e correndo verso l’ingresso, senza
lasciare a Kurogane il tempo di ripulirsi prima di inseguirlo
per non perderlo di vista.
Fay sembrava perfettamente a suo agio in quel labirinto di
corridoi grigi e sempre uguali, si infilava in vicoli e svolte
come se conoscesse la strada a memoria e per Kurogane cominciava
a diventare difficile stargli dietro.
Era così impegnato a correre per tenere il passo che quasi urtò
Fay quando si fermò di colpo all’ingresso di una stanza.
Era un’immensa camera da letto, senza finestre o altre porte
fatta eccezione per quella che stavano occupando loro. Al centro
si innalzava un imponente baldacchino ricoperto da svariati
strati di veli che lasciavano trasparire una figura distesa sul
letto. Fay si fece ancora una volta restio e titubante davanti
all’oggetto della sua ricerca, ma si incamminò nonostante tutto
verso il baldacchino, scostò con una mano i veli e Kurogane notò
che stava tremando. Sul letto stava addormentato lo stesso
bambino dai lunghi capelli biondi dell’altra volta e il ninja
sentì un brivido percorrergli la schiena, lasciandogli addosso
un brutto presentimento.
Stava andando tutto nello stesso modo. Sarebbe finita male nello
stesso modo.
“Ehi! Fermati!” Kurogane raggiunse Fay e lo afferrò per un
braccio, bloccandolo.
“Lasciami!” cominciò ad agitarsi lui, strattonando il braccio
prigioniero. “Lasciami andare, lo devo salvare, lo devo salvare
assolutamente, capisci? Lasciami andare a salvarlo!”
Kurogane cercò di trattenerlo, ma quando Fay alzò il volto per
supplicarlo guardandolo in faccia, si accorse che aveva
cominciato a piangere disperatamente, come un bambino, e la
sorpresa fu tanta che mollò la presa.
Fay corse verso il piccolo addormentato e si chinò a dargli un
bacio sulla fronte. Si sollevò osservando il visino con gli
occhi colmi di aspettativa, ma il bambino non si svegliò.
Kurogane vide una macchia allargarsi sulle coperte del letto e
si rese conto che una mano del bambino sanguinava. La macchia si
estendeva in maniera irregolare sul letto, come se fosse stata
viva e Kurogane per un attimo non poté fare a meno di fissarla
con disgusto e orrore, mentre la figura che si stava creando si
contorceva e faceva muovere le lenzuola. All’improvviso la
macchia uscì letteralmente dal letto squarciandolo, trasformata
in decine di rami costellati di spine, ma Kurogane, mosso
dall’istinto, si era già gettato su Fay, strappandolo via dal
letto prima che finisse catturato. L’attimo dopo che i due si
erano allontanati, i rovi si chiusero sul corpicino esanime, che
venne fagocitato dalla massa deforme di rovi.
Fay tremava, ma non aveva emesso un suono, era rimasto inerte
nella stretta di Kurogane ad assistere alla scena con occhi
spalancati.
Kurogane lo vide voltarsi verso di lui con lentezza mortale e
fissarlo con occhi vitrei. “Perché non riesco mai a salvarlo?”
sussurrò con un filo di voce.
Il ninja non sapeva cosa rispondere e l’istante successivo non
ne ebbe più occasione. Fay era diventato trasparente ed era
esploso come una bolla di sapone tra le sue braccia.
La stanza divenne nera e cominciò a sgretolarsi, e mentre
Kurogane sprofondava nel pavimento trasformatosi in fine polvere
nera, si chiese come avrebbe mai potuto mettere fine a tutto
quello.
Poi la sabbia lo sommerse e Kurogane ne fu schiacciato.
*
Kurogane spalancò la bocca non appena si rese conto di poter
respirare di nuovo. Quando aprì gli occhi la prima sensazione
che l’assalì fu la vertigine e la netta impressione che sarebbe
precipitato da un momento all’altro. Si trovava su un balcone
disegnato a matita sul quale si aprivano porte, finestre e
scalinate, soltanto che non andavano tutti per il verso giusto,
alcune porte erano rovesciate, da alcun finestre si vedeva un
paesaggio inclinato perpendicolarmente e le scale andavano in
tutte le direzione, verso pareti e soffitti. Era come se non
esistesse più il concetto di sopra e sotto, giù e su. Quelle che
avrebbero dovuto essere pareti di quella stramba stanza erano
anche soffitti e pavimenti, avevano scale che salivano e
scendevano e botole che diventavano finestre e permettevano la
vista su altri piani sghembi e sbagliati. Guardando quello
spettacolo assurdo Kurogane si sentì girare la testa.
Provò ad uscire attraverso una delle porte diritte, ma ottenne
solo di rientrare nella stessa stanza, solo da un’altra porta,
per un verso differente. Si arrampicò per una scala, e provò ad
uscire da una finestra, ma era ancora nella stessa stanza, coi
piedi piantati su quello che fino ad un attimo prima era il
soffitto. Solo che ora era il suo pavimento.
“Chi sei?” domandò una voce echeggiante nella stanza.
Kurogane si guardò attorno, ma non riuscì ad individuare dove
fosse Fay, perchè era certo che di Fay si trattasse.
“Dove diavolo sei?!” gridò e la sua voce rimbalzò su pareti e
scale, si incuneò in porte e finestre e da altre ancora ne uscì
come un’eco lontana.
“Sei il mio aiutante magico?” domandò ancora Fay, ignorando la
domanda dell’altro.
Questa volta Kurogane riconobbe la direzione della voce e si
sporse oltre la ringhiera del balcone per guardare sotto di lui.
Fu come guardare in uno specchio: appoggiato ad una ringhiera
identica stava Fay che lo fissava sorpreso e divertito.
“Cosa ci fai là sotto, signor aiutante magico?” domandò.
Fay poggiava i piedi sulla stessa superficie su cui stava
Kurogane, solo... dal lato opposto. L’uno per l’altro risultava
al rovescio.
“Potrei fare la stessa domanda a te! Vieni qui, dobbiamo
andarcene!”
“Non possiamo!” Fay sembrava scandalizzato alla sola idea.
“Abbiamo un’importante missione da svolgere!”
“No, non ancora! Non te lo lascerò fare di nuovo!”
Fay rise a quella affermazione e scomparve dalla sua vista.
“No! Torna qui, brutto idiota!”
Kurogane si allontanò dal parapetto e si buttò su una scala che
scendeva, nella speranza di acchiappare il mago prima che
finisse tutto ancora in quel modo orribile.
“C’era una volta un Principino...” Fay comparve da una porta e
cominciò a camminare su una parete, mentre la sua voce
rimbombava e sembrava provenire da tutte le direzioni.
“...un Principino che era stato fatto prigioniero da un’orribile
strega.”
“Smettila!” gli ordinò Kurogane allungandosi per afferrarlo. Fay
sfuggì alla sua presa per un soffio e scomparve in un’altra
porta.
“Fin da quando era piccino, la strega l’aveva tenuto prigioniero
in cima ad un’altissima torre senza porte e con un’unica
minuscola finestra sbarrata come legame col mondo...”
Kurogane avvertì dei passi al di là di una finestrella e vi
infilò la testa. Fay camminava a pochi metri da lui, su quella
che avrebbe dovuto essere la parete su cui si apriva la
finestrella.
“...non che fosse di molto conforto al Principino” Fay si
inginocchiò accanto alla piccola botola per terra da cui sbucava
la faccia del ninja. “dato che attorno alla torre non c’era
nulla... assolutamente nulla.”
Kurogane provò ad infilare una mano attraverso l’apertura, ma
Fay gli sfuggì tra le dita di nuovo e scomparve dietro ad un
angolo.
“E’ da tanto tempo che il Principino attende un salvatore. E’
per questo che siamo qui! Dobbiamo salvarlo!”
Kurogane abbandonò la finestra e si voltò. Fay era dall’altra
parte della stanza, camminava a testa in giù sul soffitto.
“Non andrà così e tu lo sai benissimo!” gli gridò contro.
Il mago fu scosso da un brivido a quelle parole e perse il
sorriso beato con cui aveva raccontato la storia.
“Non è vero! Non dire bugie! Io devo salvarlo!”
Kurogane salì una scalinata ed entrò nella porta di un balcone,
ritrovandosi abbastanza vicino a Fay, ma per il verso
completamente sbagliato. Lui comunque si spaventò e scappò via
verso un’altra porta e così fece anche Kurogane.
“Deve esserci la possibilità di salvarlo!” continuava a ripetere
l’eco della voce di Fay. “Posso farcela!” e “Sei un bugiardo!”
ed ancora “Devo salvarlo!”.
Ogni volta che attraversava una soglia Kurogane si ritrovava
nella stessa stanza, solo con un prospettiva diversa e mai
abbastanza vicino a Fay per riuscire a fermarlo.
“Fermati! Non capisci che non servirà a niente?!”
“Non è vero non è vero non è vero!”
“Non puoi fare niente! Così fai solo del male a te stesso!”
“No no no io devo salvarlo!”
“Fermati, stupido idiota!!!”
Nel suo ultimo ordine, Kurogane riversò tutta la frustrazione e
tutta la rabbia che sentiva e la sua voce si trasformò in un
ruggito che scosse la stanza come se avesse fatto tremare la
carta su cui era disegnata. La porta in cui stava per entrare
fremette e l’attimo dopo vi si gettò fuori Fay, a testa bassa,
senza guardare dove andava. Kurogane se lo ritrovò tra le
braccia e prima di aver capire come fosse successo, l’aveva
stretto in modo che non potesse scappare più.
Fay alzò i suoi occhi sgranati di scatto, rendendosi conto di
essere in trappola. Mosse la testa tremante verso l’alto, verso
una delle centinaia di finestre di quella stanza, e cominciò a
piangere.
Kurogane seguì il suo sguardo e vide lo stesso bambino di sempre
che si arrampicava sulla finestra e si gettava di sotto. La
stanza si allungò divenendo altissima e profondissima ed il
piccolo cominciò a precipitare, anche se sembrava non avrebbe
mai toccato il fondo.
“No no no no no no no no” continuava a ripetere Fay lottando per
liberarsi, ed ogni “no” diventava sempre più forte. Si
divincolava come se fosse stata in pericolo la sua vita, ma
Kurogane non aveva intenzione di lasciarlo andare stavolta.
Il bambino continuava a cadere, i grigi chiari e scuri da cui
era disegnata la stanza cominciarono a sbiadire e così anche Fay.
Kurogane chiuse gli occhi, strinse ancora di più il corpo di Fay
contro il suo e gli parlò ancora. Senza grida, senza rabbia.
“Basta. Adesso basta.” e tutto si fermò davvero.
I colori di Fay erano pallidi e slavati, ma aveva smesso di
sparire ed ora lo guardava aspettando... qualcosa.
“Ascolta, idiota... Tutto questo non è reale. L’hai creato tu.
Non so chi sia, ma non puoi fare nulla per quel bambino
perché... non è vero. Non sta succedendo. Se è mai successo,
ormai non puoi fare più niente.”
Gli occhi di Fay si riempirono ancora di lacrime che,
rotolandogli sul viso, cancellavano il rosa della sua pelle,
facendola sparire. La stanza ricominciò a diventare bianca.
“No! Ascoltami, maledizione! Puoi fare ancora qualcosa per te
stesso, invece! Tu sei reale!” Kurogane afferrò saldamente Fay
per le spalle e gli diede una piccola scossa, per rendergli più
chiaro quello che stava dicendo e per assicurarsi che lui lo
stesse ascoltando. “Tu ed io siamo le uniche cose reali in
questo posto, lo capisci? E se non hai intenzione di fare
qualcosa per salvare almeno te stesso, visto che ancora puoi, lo
farò io, chiaro?”
Kurogane cominciava a sentire l’angoscia martellargli nel petto.
Ormai erano circondati da un Nulla bianco e senza fine e Fay,
smarriti occhi azzurri sempre più chiari, cominciava a
confondersi con esso.
“Non ti lascerò sparire!”
Si chinò su Fay e lo baciò.
Fu piuttosto impulsivo e la disperazione l’aveva portato a farlo
con troppa forza perché avesse la parvenza di un gesto
romantico, eppure, inaspettatamente, sortì il suo fiabesco
effetto.
Fay tornò della sua consistente e reale e gettò le
braccia al collo di Kurogane impedendogli di allontanarsi. Il
bianco accecante attorno a loro si incrinò e cadde a pezzi come
uno specchio rotto e Kurogane avvertì una forza che li sollevava
e li trascinava in alto. Strinse forte Fay, perché non aveva
proprio intenzione perderlo ora. Fay abbandonò le sue labbra, ma
si accoccolò nel suo abbraccio, mentre la salita rallentava e
sembrava avvicinarsi alla sua conclusione, qualunque fosse.
“Aspettavo da così tanto...” sussurrò Fay un attimo prima.
“...che tu venissi a portarmi via...”
Poi Kurogane venne risucchiato via.
*
Fay tirò un profondo respiro e fu come se non avesse respirato
per un’eternità. Un odore dolciastro invase le sue narici e gli
diede la nausea, oltre a peggiorare il mal di testa che si rese
conto di avere.
“Vi siete svegliato a quanto pare...” constatò una voce di donna
accanto a lui.
Cercò di mettere a fuoco la figura alla sua destra con l’unico
occhio che gli era rimasto e, piano piano, distinse un volto di
ragazzina con due grandi occhi scarlatti incorniciati da lunghi
capelli argentei.
“Cosa...? Dove...?” provò a domandarle Fay, ma aveva a gola
secca e le parole faticavano ad uscire.
“Non pretendete troppo da voi stesso, messer Fay, dopotutto
siete rimasto in stato di incoscienza per diversi giorni.”
La ragazza sorrise a quello sguardo insieme scioccato ed
incredulo, ma probabilmente giocare con la curiosità del suo
paziente era troppo crudele in quel momento e si decise a
spiegarsi meglio.
“Il mio nome è Hinoto. I vostri compagni vi hanno portato da me
perché siete svenuto non appena giunto in questo mondo e non vi
è stato modo alcuno di svegliarvi... E non fate quella faccia
stupita, non sono poi così poche le persone che sanno che di
mondo non ne esiste uno soltanto!”
La ragazza si interruppe ed aspettò pazientemente che dal viso
sciupato del ragazzo sparisse quella nota di stupore.
“Cosa mi è...?”
“Mh... difficile a spiegarsi... potrebbe volerci un po’.” Hinoto
si fermò ancora, ma Fay le fece cenno di proseguire.
“Una volta Walkiria era un mondo... normale. Diversi anni fa una
giovane scienziata studiava forsennatamente per trovare un
sistema che creasse un passaggio tra la nostra realtà e quella
dei nostri sogni. Perse quasi tutta la sua vita nella ricerca e,
quando stava ormai per desistere, trovò... qualcosa. Una fonte
di energia misteriosa che le permise di costruire la Macchina.
Per qualche tempo pare che abbia funzionato, ma per chissà quale
errore di calcolo, o forse soltanto perché una macchina del
genere non avrebbe dovuto mai venire al mondo, ci fu un
sovraccarico e una terribile esplosione. La realtà sensibile
dell’intero mondo cambiò per sempre. Qui ora realtà e illusione,
veglia e sogno, non sono altrettanto distinte rispetto ad altri
mondi. Gli abitanti di Walkiria, i pochi sopravvissuti al
collasso, si spostano di continuo tra realtà concrete ed
immaginarie senza più curarsi di cosa fosse vero o no. Noi ci
siamo abituati, ma per chi viene da fuori è un altro discorso. I
vostri compagni non hanno sofferto l’ingresso a Walkiria, ma voi
sì. Vi è accaduto ciò che è successo a molti dei vecchi abitanti
di questo mondo: avete subito uno shock e vi siete rinchiuso in
un vostro sogno. Non avete idea di quanti sono morti perché non
hanno più trovato la via per uscire...”
Lo sguardo di Hinoto si rabbuiò per un istante e la donna
interruppe il racconto per versare dell’acqua da un brocca in un
bicchiere scheggiato per poi offrirlo a Fay. La cosa bizzarra, e
Fay ne era certo, era che fino ad un istante prima non c’erano
né brocca, né bicchiere, né tanto meno il comodino su cui erano
appoggiati. Lentamente e con abbondante fatica, il mago si tirò
a sedere e bevve. Non si era reso conto di quanta sete avesse
finché l’acqua non gli scese in gola.
“E come sono sopravvissuto?” domandò. Non sembrava
particolarmente entusiasta della cosa.
Hinoto si sorprese a quella domanda.
“Ma come? Non ricordate?”
“Sinceramente no. Ho solo un gran mal di testa...” rispose Fay
con un sorriso di circostanza.
Hinoto gli indicò con lo sguardo l’altro lato del letto su cui
Fay era stato disteso. Il ragazzo si girò e sgranò gli occhi. Su
di un letto simile al suo stava disteso Kurogane, gli occhi
chiusi e un regolare respiro leggero che gli alzava ed abbassava
il petto. Sembrava addormentato.
“Il vostro amico mi è piombato in casa con voi in braccio,
strepitando che avevano consigliato loro di rivolgersi a me e
minacciandomi di dover fare qualcosa assolutamente.” Hinoto si
lasciò scappare una risatina. “Molto tenero, non trovate?”
Questa volta fu Fay a rabbuiarsi.
“Comunque... l’unico modo per portar via qualcuno dal mondo dei
sogni è che qualcun altro vi entri a sua volta e lo aiuti ad
uscirne. Lui si è offerto subito ed io l'ho aiutato ad entrare
nel vostro subconscio per tirarvi fuori. Evidentemente deve
esserci riuscito...” e sorrise ancora.
Fay fissò Kurogane con un tale garbuglio di sentimenti annodati
in gola che non capì se si sentisse più arrabbiato, stupito,
frustrato, in colpa o qualcos’altro su cui si impose di non
soffermarsi.
“E perché non si sveglia?” domandò sperando di non aver sentito
davvero quella nota preoccupata nella propria voce.
“Deve essere stanco, entrare nella mente di un altro può essere
sfiancante. Sta solo riposando, non temete.”
Fay non rispose, ma con fastidio si accorse che una delle morse
che gli si erano strette addosso si era allentata.
“E i bambini?” domandò, dando le spalle al ninja e cambiando
argomento.
“Sono nell’altra stanza. Erano molto preoccupati per voi, hanno
assistito voi e il vostro amico per ore intere. Ho preferito
farli riposare un po’, specialmente la signorina, dato che il
recupero dei suoi ricordi l’ha stancata parecchio...” spiegò
Hinoto, indicando una porta alle sue spalle che, davvero strano,
poco prima aveva una forma diversa.
“Sakura-chan ha ritrovato un’altra piuma?” domandò sorpreso Fay.
“Sì... Praticamente appena arrivata qui. E’ stata una vera
fortuna.” rispose Hinoto, andando accanto a Kurogane per
controllarne lo stato.
Fay, considerando il discorso chiuso, si alzò dal letto. “Posso
andare a vedere i bambini?”
“Non aspettate che il vostro amico si svegli?” gli chiese la
ragazza con un sorriso all’apparenza innocente, ma che aveva
l’aria di saperne molto di più di quel che dava a vedere.
Lo sguardo di Fay si posò ancora su Kurogane ed ancora una volta
l’ingorgo dei suoi sentimenti gli fece girare la testa. Qualcosa
cercò di affacciarsi alla sua memoria, frammenti confusi di
parole, di immagini e del calore di una stretta, ma li scacciò
via con forza, perché qualcosa gli diceva che preferiva non
ricordare.
“No.” ed uscì dalla stanza.
Hinoto scosse la testa con il sorriso di chi aveva capito
benissimo e si sedette sul letto del suo secondo paziente.
“Perché non avete voluto fargli vedere che eravate sveglio?” gli
domandò.
“Perché quell’idiota sa essere una vera scocciatura quando vuole
e sono troppo stanco per sopportarlo adesso. L’ultima volta che
l’ho aiutato, non è stato un risveglio piacevole.” rispose secco
Kurogane.
“Capisco.” e gli porse un bicchiere pieno d’acqua. Il comodino e
la brocca stavano accanto al suo letto ora.
“Non era mia intenzione minacciarti.” disse Kurogane dopo aver
bevuto avidamente e restituito il bicchiere.
“Lo so, eravate scosso e preoccupato, vi capisco.” gli sorrise
lei rassicurante.
“Non ero scosso e preoccupato!” ci tenne a precisare il
ninja. “Ero solo arrabbiato che quello scemo cercasse di tirare
le cuoia un’altra volta!”
“Come dite voi...” lo assecondò Hinoto sorridendo. Si alzò e
fece per lasciare la stanza e il suo occupante ad un po’ di
tranquillità.
“Perché ci avete aiutati senza dire o chiedere niente?” domandò
Kurogane con uno scintillio inquisitorio negli occhi. Non era
facile per lui fidarsi di un aiuto così gratuito.
“Perché era il minimo che potessi fare.” replicò lei, senza dare
in realtà alcuna risposta.
“La scienziata di quella Macchina... eravate voi, vero?” chiese
ancora Kurogane. “E la piuma della principessa ce l’avevate voi,
era la fonte di energia che avevate usato, giusto?”
Hinoto si irrigidì e per un attimo ponderò l’eventualità di
lasciare il ninja alle sue ipotesi.
“Siete molto attento.” gli sorrise tristemente infine. Kurogane
fissò con aria scocciata lo sguardo triste della donna.
“Il passato è il passato. Adesso hai aiutato una persona, no? Un
idiota, ma pur sempre una persona.”
Il sorriso di Hinoto si velò di gratitudine.
“Posso chiedervi io una cosa, messer osservatore?”
Kurogane fece un’alzata di spalle come gesto d’assenso.
“Voi ricordate cosa è accaduto nel sogno del vostro amico?”
Kurogane nel mentre si era riaccomodato sul cuscino ed aveva gli
occhi chiusi. Non rispondeva e Hinoto si domandò se un
improvviso colpo di stanchezza l’avesse fatto crollare ancora
nel sonno.
“Sì. Me lo ricordo.”
Il tono della risposta lasciò ad Hinoto una sensazione di
tristezza.
“Prima o poi le cose andranno meglio.” gli disse lasciando la
stanza, e in cuor suo, pur non essendo certa del perché l’avesse
rassicurato su qualcosa di così incerto, pregò di aver ragione.
Kurogane non era un tipo ottimista, ma accolse le parole della
ragazza come un buon auspicio. Il mago poteva comportarsi da
idiota quanto voleva, ma Kurogane in quel sogno, aveva visto.
Aveva sentito.
Forse col tempo o forse mai, Kurogane non era nemmeno un tipo
arrendevole. Per quanto male andassero le cose, respiravano
entrambi e potevano ancora camminare ed andare avanti.
Erano vivi. Era un buon inizio, in fondo.
Owari
Note dell'autore
[NOTE: Mi sono ispirata a dei
quadri per i paesaggi pazzeschi della mente di Fay. 100 punti simpatia a chi
riesce a capire quali sono e mi ridà fiducia nella mia capacità descrittiva!
XD]
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