
Dead language
di Michiru

Che fosse accaduto
qualcosa, glielo disse la sagoma di Hokuto, ferma sulla soglia.
La naturale esuberanza di sua sorella la spingeva a piombargli in
casa ad ogni ora, con un’invadenza così amorevole da strappargli
sempre un sorriso: a volte si trattava della pentola con lo stufato,
altre di tramezzini al centro del tavolo, altre ancora di un
sacchetto di biscotti infilato nella cartella, o nella tasca della
giacca, o sul mobile dell’entrata dove posava le chiavi. Altre,
invece, era una figuretta vestita di pizzi, fiocchi e lustrini che
s’infilava nel suo letto di soppiatto, o che spalancava con una
risata trillante la porta della sua stanza.
Spesso, a notte fonda, Hokuto sgusciava in casa sua senza far
rumore: con uno sguardo al mobile dell’ingresso stabiliva se Subaru
era in casa oppure no e, se il portachiavi che gli aveva regalato
segnalava la presenza di suo fratello, si spingeva oltre il
genkan;
passava in cucina e recuperava le stoviglie ordinatamente riposte
nel lavello e, accedendo solo le luci più fioche, si affacciava alla
stanza di Subaru: rimaneva lì a sbirciare il volto addormentato, ad
ascoltare il suo respiro sospeso nella semioscurità della stanza,
senza varcare la soglia.
Buonanotte Subaru,
bisbigliava.
In punta di piedi tornava al suo appartamento, chiudendo il portone
dietro di sé, attenta a non far rumore; ma il fratello,
inconsciamente, l’aveva udita e sorrideva tranquillo
nell’incoscienza del sonno.
~ * ~
Che fosse
accaduto qualcosa, glielo disse la sagoma di Hokuto, ferma sulla
soglia.
Sua sorella era silenziosa solo la notte, quando veniva a
controllare di soppiatto il suo sonno: di giorno era una presenza
luminosa e rumorosa, fatta di abiti colorati e risate argentine.
- Subaru…
L’aveva a stento sentita, sprofondato nel suo pensiero ossessivo - …
Seishiro?
- Subaru, non hai ancora mangiato niente! Guarda che se non mangi a
sufficienza poi deperisci! Dai, ti faccio una zuppa…
Le aveva preso una mano, angosciato da quel girare attorno
all’argomento che rimaneva tra di loro, sospeso come un macigno –
Dimmi… Come sta Seishiro-san?
– Dall’occhio destro… Non ci vede più…*
Quel giorno anche Hokuto era spenta, come la stanza nella quale lui
sedeva al buio, da ore, giorni forse; a volte, quando pensava a quel
giorno che aveva incrinato la sua intera esistenza, non ricordava
altro che la figura di Hokuto, in piedi sulla porta, in silenzio.
E a volte, quando la notte si svegliava in preda agli incubi,
guardava l’arco della porta, illudendosi che sua sorella fosse lì:
chiudeva gli occhi, allora, con il volto in quella direzione, e
immaginava una figuretta avvolta di tulle, lustrini e stoffe
colorate che rimaneva lì, in silenzio, e muoveva appena le labbra,
augurandogli Buonanotte.
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