
14 luglio
di
Rose
Sfoglio i miei libri
cercando una risposta: da circa quattro mesi Sephiro ha qualche problema.
Niente di grave, è ovvio: qualche mostro in più, nelle regioni meridionali
non piove da tre mesi, fra alcuni villaggi c'è attrito per lo sfruttamento
dei pascoli.
L'ultima volta che ho visto qualcosa di simile è stato quando la Principessa
Jinko era il Pilastro, circa 200 anni fa: ma Jinko era malata. La
Principessa Emeraude, invece, ha sempre goduto d’ottima salute anche se un
raffreddore non ha mai risparmiato il Pilastro. Ma un raffreddore dopo una
settimana è guarito. Deve esserci qualcos’altro, qualcosa che impedisce alla
Principessa Emeraude di pregare, che disturba i suoi pensieri. Ho qualche
sospetto, non lo nego, ma non ho conferme e potrei anche sbagliarmi. Forse
ho trovato il libro che cercavo... mmh, non viene via....
Una valanga di pesanti, logori e antichi volumi mi cadono sulla testa.
Dolorante, emergo dalla montagna e tossisco: quanta polvere! Ma io non ho il
tempo di spolverare la biblioteca. Un momento: questa è la punizione
perfetta per il Principe! Se solo non pensasse a vagabondare come un comune
ragazzo di 219 anni...
“G-Guru Clef?” Una timida voce pronuncia il mio nome: sulla soglia una delle
dame di compagnia della Principessa Emeraude mi osserva timorosa. Sempre
tossendo, tolgo la polvere dal mio abito e appoggio il libro sul tavolo. La
dama respira profondamente e si avvicina di qualche passo.
“Posso aiutarti, Giulietta?”
“N-no, sono qui solo per... la Principessa Emeraude desidera pranzare con
voi: vi aspetta al Padiglione delle Rose fra mezz'ora. Con permesso.”
Giulietta s’inchina ed esce. Per i Managuerrieri, è già ora di pranzo? Ma
soprattutto, sono davvero così spaventoso? E’ vero che Giulietta è timida,
ma il suo comportamento è esagerato. Sospiro e mi rendo più presentabile
prima di raggiungere la Principessa: sicuramente dovrà dirmi qualcosa
d’importante.
Guardavo le sue mani che
stuzzicavano insolenti una rosa finta
Ed era così dolce il modo in cui
Nascondeva l'imbarazzo
Mentre parlava e sorrideva ironicamente
Delle proprie sventure teneva gli occhi bassi
Il Padiglione delle Rose è
situato nell'angolo più appartato dei giardini: alcuni rosai s’inerpicano
sulle sottili colonne di candido marmo scolpito e sulla cupola di ferro e
vetro, le splendide rose bianche e rosa pallido spandono il loro delicato
profumo. La Principessa Emeraude mi aspetta osservando il bocciolo di rosa,
bianco come neve, fra le sue mani e mormora qualcosa. Una cameriera sta
disponendo le pietanze sul basso tavolo di legno laccato: zuppa di molluschi
in salsa bianca, gamberi in agrodolce, salmone bollito con verdure, crostata
di mirtilli e al centro del tavolo un cesto di frutta e una brocca di vino
bianco. Sorrido: il pesce è il piatto preferito della Principessa Emeraude.
Ah, lo avevo dimenticavo: lei è nata e cresciuta ad Austina, fra la rena e
il mare rincorrendo i gabbiani. La Principessa Emeraude mi guarda e sorride.
Io mi avvicino e la saluto, poi mi siedo sui cuscini. Iniziamo a mangiare
senza parlare: non avevo visto i canapé e il carpaccio di pescespada.
“Clef, io...” Sposto gli occhi dal gambero che stavo per addentare al volto
della Principessa: cerca di nascondere il suo imbarazzo. Sospira e
ricomincia a parlare. “Clef, cosa pensi di Sephiro? Rispondimi
sinceramente.”
“È il mondo in cui vivo, l’amo molto: ogni volta che devo andare via mi
manca molto.”
“Ah, capisco.”
La Principessa Emeraude mi guarda e sorride: buffo, mi viene in mente il
modo in cui suo fratello la chiama, Emi-hime[i]. Parliamo del più e
del meno, poi improvvisamente lei mi guarda e dice.
“Ho deciso di evocare i Leggendari Cavalieri Magici.”
Guardavo le sue mani che
s’intrecciavano
Tra i ricami di una tovaglia
Riuscivo a stento a trattenere la voglia
Di afferrarle di aggredire il suo dolore
Ho gli occhi sbarrati, la
bocca semiaperta e la forchetta che impugno cade rumorosamente sul piatto:
ho sentito bene?
“Eh? Cosa?!”
“Ho deciso di evocare i Cavalieri Magici, Guru Clef.” La Principessa
Emeraude ripete con voce rotta e posso vedere le lacrime nei suoi occhi. Lei
nasconde il viso delicato fra le sue mani, il bocciolo giace sul suo grembo.
“Cerca di capirmi: io... io non posso e non voglio continuare in questo
modo! I-io mi sono sforzata, mi sono impegnata con tutte le mie forze, te lo
assicuro: ma non ci sono riuscita.”
I suoi occhi color fiordaliso mi squartano l'anima: così tristi, così
disperati, così dolorosamente angosciati. Sospiro e cerco di calmarla, di
fungere da figura paterna. “Cosa non sei riuscita a fare, Principessa
Emeraude? Perché vuoi evocare i Cavalieri della leggenda?”
Lei mi guarda singhiozzando, poi abbassa gli occhi e ride senza gioia,
ironica, tremante. “Io... io mi sono innamorata e lui ricambia il mio amore.
Te lo giuro su questo diadema che indosso, Clef, ho fatto il possibile per
disamorarmi di lui, ma più cercavo di allontanarlo dal mio cuore, più il mio
sentimento cresceva: ho cercato di vedere in lui i peggiori difetti, ma
vedevo solo i suoi pregi, evitavo di stare nei luoghi in cui era più facile
incontrarlo e lo incrociavo nei corridoi.”
Le porgo un bicchiere e lei sorseggia lentamente il vino, sembra essersi
calmata: questo è bene, perché ora è più padrona di sé e può spiegarmi
meglio la sua situazione, il suo problema. Anche io bevo: devo cercare di
controllarmi, devo sapere, devo avere delle conferme, devo trovare un modo
per aiutare la Principessa Emeraude.
Misto all'incenso il
sapore di un pasto frugale
I ricordi storditi dal tempo
Pur essendo simile a tante e tante altre persone
Era speciale... speciale
L'incenso brucia nel piccolo
braciere d’ottone e il sottile filo azzurrino che si avvolge in volute e si
spande in nastri assomiglia ai miei pensieri: la Principessa Emeraude è
innamorata.
L'amore.
L'amore per me è un lontano ricordo di gioventù, quando ero ancora uno
studente: ho imparato quello che so su questo sentimento dai libri di
letteratura. E dal mio vecchio compagno di stanza, Cano: non lo vedo da
quasi 600 anni, chissà dove è adesso. Da lui ho imparato che l'amore è
l'avere una donna e che bisogna cogliere al volo ogni occasione: Cano
trascorreva intere notti spiegandomi come scegliere la ragazza più adatta a
ciò che si era prefissato e come conquistarla.
“Devi adularla sempre, vecchio mio: dirle che è la donna più bella di
Sephiro anche se ha la faccia di un maiale; se lascia i capelli sciolta
dille che preferisci le ragazza acqua e sapone e se, invece, usa
arricciarli, che i suoi ricci ti fanno impazzire. Una delle cose importanti
è la gelosia, che deve essere nella giusta misura: la mancanza e l'eccesso
spingono la tua amante fra le braccia di un altro uomo.”
Cano aveva una concezione troppo materiale dell'amore, per questo mi giravo
sotto le coperte e gli dicevo buonanotte.
Su libri ho imparato che l'amore è il sentimento più puro, bello e umano che
un uomo possa provare, capace di condurlo sia alla beatitudine sia alla
dannazione. Un sentimento che eleva l'anima fino al bene supremo e che la
rende completa. Tanta luce, tanta gioia, pace e serenità interiore. E allo
stesso tempo oscurità, dolore e sofferenza, tormentata passione intrisa di
lacrime e trasudante sangue. Un sentimento che riflette la duplicità
dell'uomo, essere fra la luce e l'oscurità.
Anche il Pilastro è un essere umano, è naturale che lei sia innamorata:
nulla è più normale di una giovane donna -e splendida per giunta- innamorata
e di un uomo che la ami a sua volta. E come non si può non amare Emeraude
Xepphirine, principessa di Austina e Pilastro di Sephiro? Non amarla sarebbe
un delitto. Il suo amore potrebbe essere felice se le nostre leggi fossero
diverse.
Compito del Pilastro è sorreggere Sephiro, renderlo prospero e in pace
con le sue preghiere. Suo unico dovere è pregare unicamente per la stabilità
del pianeta e la felicità comune.
È questo che i maestri insegnano ai nostri bambini: se siamo felici dobbiamo
ringraziare il Pilastro. Ma il Pilastro è felice? Egoisticamente la gente
pensa solo al proprio tornaconto, ma anche Emeraude è un essere umano, una
donna e come tale anche lei ha diritto di essere felice: l'amore è uno dei
mezzi per raggiungere la felicità. Amare è un suo diritto naturale.
Guardavo le sue mani che
enfatizzavano
Opinioni con eleganza
Tra le improvvise somiglianze
Simbiotiche intuizioni l'amichevole trasporto
La Principessa Emeraude posa
il bicchiere sul tavolo e si asciuga gli occhi, poi prende fiato. Una volta.
Due volte.
“Io... io amo Zagato.” Tace, come se aspettasse il mio rimprovero: afferro
la sua mano pallida e fredda per infonderle coraggio. Sospettavo che
Emeraude amasse Zagato, in fondo è la persona che le è più vicina. Riprende
a singhiozzare, nuove lacrime scorrono sul suo viso, simile ad una miniatura
preziosa. “All'inizio pensavo che il mio sentimento fosse semplice affetto,
lo stesso che provo per mio fratello, per te e per ogni abitante di Sephiro.
Però un giorno mi sono accorta di desiderare la sua felicità prima di quella
di chiunque altro: questa scoperta mi mise un gran terrore addosso. Mi dissi
che era qualcosa di passeggero, perché Lantis era andato via; mi promisi che
avrei cercato di eliminare questo desiderio dal mio cuore. Ma ogni volta
esso tornava con veemenza e s’imponeva sui miei doveri: non riuscivo più a
pregare con la serenità necessaria.”
La sua voce leggera, scossa da singulti, mi offre i suoi tormenti e le sue
mani accompagnano ogni parola, cercando disperatamente di estorcermi un
rimedio. Mi sento impotente, inutile e stranamente vuoto: vorrei aiutarla,
davvero, e vorrei trovare una soluzione diversa dall'evocare i Cavalieri
Magici. Per quanto mi sforzi non riesco a pensare, non so cosa dire, cosa
fare.
“Allora ho cercato di allontanarlo fisicamente. Ricordi quando con Ferio
sono tornata ad Austina? E quando ho chiesto a Zagato di rappresentarmi a
Pharen? Quella volta avrei potuto mandare un'altra persona, una qualsiasi,
ma ho mandato lui. Però, quando non lo vedevo, quando era lontano da me, mi
sentivo così male e non riuscivo a fare niente e questo era peggio. Ero così
lunatica che Ferio pensò che fosse colpa sua, perché non si applicava
abbastanza negli studi ed è per questo che ora è in giro chissà dove.
Poi mi venne un'illuminazione: per Zagato ero solo il Pilastro del mondo in
cui viveva, cui doveva rispetto e fedeltà, non amore. Questo pensiero mi
aiutò a superare la crisi e per qualche tempo le cose andarono discretamente
ed io ero relativamente serena. Ma era solo la quiete dopo la tempesta.” La
sua confessione si arresta davanti al punto cruciale del suo dramma. Mastica
nervosamente un dattero per calmarsi. “Dovrebbero essere trascorsi quattro
mesi da quel giorno, il giorno più e sublime e tremendo della mia vita.
Era il quattordici luglio ed io non riuscivo a addormentarmi, così decisi di
fare una passeggiata fino allo stagno delle ninfee per vedere le lucciole.
Mentre ero lì, mi venne una strana idea in mente e dissi al mio riflesso:
‘Emi-hime, perché per un'ora non diventiamo grandi e ci divertiamo a
spaventare le guardie?’” La principessa Emeraude sorride amaramente al
ricordo di quella burla infantile, poi socchiude gli occhi e improvvisamente
la sua voce si tinge di leggera passione. “Così il mio corpo di bambina si
trasformò in quello di una donna adulta e ridevo immaginando la faccia delle
guardie mentre imitavo un fantasma. Poi mi accorsi che qualcuno mi
osservava: era Zagato. Lui si avvicinò e mi chiese il motivo di quel
cambiamento; io lo pregai di mantenere per sé quello che aveva visto.”
Lei continua il suo racconto e spesso arrossisce. Il suo imbarazzo è
palpabile e contagia anche me: so che sta glissando su certi particolari e
di certo io non voglio sapere i dettagli della sua vita privata, anche se
devo ammettere che questo va ben oltre i miei sospetti. Quando finisce mi
guarda negli occhi e mi dice.
“Ti prego, affida Mokona ai Cavalieri Magici e quando tutto sarà finito,
porgi loro le mie scuse.”
Con queste parole è avvolta in un fascio di luce che mi acceca. Quando
riapro gli occhi, dove prima c'era la Principessa Emeraude, vedo una strana
creatura bianca, pelosa e con una gemma rossa in fronte.
“Principessa Emeraude…”
Misto all'incenso il
sapore di un pasto frugale
I ricordi sbiaditi dal tempo
Pur essendo simile a tante e tante altre persone
Era speciale... speciale
Mi lasciavo sedurre dalle
sue manie
Mi lasciavo sedurre dalle sue manie
Mi lasciavo sedurre dalle sue manie
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