
Sweeter than anything
di Juuhachi Go
We were never more than a
dream
Brief as summer or spring
Sweeter than anything
(PJ Harvey –
Sweeter than anything)
Gli abiti da cerimonia erano pesanti e
incredibilmente pomposi, ma erano un obbligo a cui Ashura-ou si era abituato
a sottoporsi: non era una persona gaudente, ma non v’era molto altro a cui
prestare attenzione in tempo di pace, almeno – fece una smorfia amara – per
quel che ne restava. I ricevimenti a Zenmi-jou erano di una piatta ed
estenuante raffinatezza, dalla quale lui si sarebbe volentieri estraniato
abbassando le palpebre, se solo questo non l’avesse portato a fissare le
visioni che si diramavano come nervi fra i suoi desideri e i suoi sogni.
Sbuffò, incapace di trattenere oltre la propria irritazione, non per la
festa in sé, ma per il fatto che i suoi pensieri erano lungi dal possedere
tutta quella serenità, il che era profondamente snervante.
Su imitazione dell’imperatore e dei suoi ospiti, batté le mani in un
applauso una volta che Kendappa-ou ebbe riversato il delizioso suono della
sua arpa all’interno del salone. Si inchinò in una riverenza, i riccioli
corvini che rotolavano ai lati della sua figura elegante mentre tornava al
suo posto accanto alla figlioletta e a suo marito, Jikokuten dell’Est.
Una folta schiera di musicisti prese poi a suonare le loro note, a cui
risposero immediatamente i passi di danza dei cortigiani.
Ashura-ou si abbandonò sul suo seggio, quasi esanime, disposto a fare
qualunque cosa pur di non doversi costringere a porgere il braccio a
qualcuna di quelle dame. Si limitò a fissarne le evoluzioni con stanco
distacco. Fortunatamente, l’imperatore aveva notato la stanchezza che
l’aveva oppresso negli ultimi tempi, e non aveva avanzato commenti nel
vedere che il Generale aveva dedicato poco tempo a stare al suo fianco,
preferendo mescolarsi agli ospiti.
Silenziosamente grato al sovrano per quanto gli era stato concesso,
Ashura-ou avanzò verso la terrazza, nella speranza che nessuna delle dame
presenti lo reclamasse a ballare. L’enorme vetrata era aperta, così il re
degli Ashura scivolò oltre le tende, lieto che le danze avessero distolto
gli ospiti da quel luogo.
Il cielo era di un blu serico e irreale, acceso da grandi stelle
sfavillanti, fra le quali splendeva una sottile falce di luna. Il vento
giungeva probabilmente da Nord: era freddo e terso, e lui se ne riempì i
polmoni.
Sospirò di nuovo.
Della folla dietro le spalle sentiva il calore, il chiacchiericcio, la
musica che ne guidava i volteggi, e si ritrovò a ringraziare la brezza della
sera che gli stava evitando di soffocare.
Aveva bisogno di star loro lontano, perché chi tradiva con il pensiero era
già a un passo dal farlo realmente, e lui stava davvero per rivoltarle
tutte, le leggi del mondo, di quell’inviolato paradiso, solo per…
«Avete i piedi di piombo stasera, Ashura-ou?».
Il re degli Ashura si voltò con uno scatto, nonostante avesse riconosciuto
il tono beffardo e penetrante del Raijin Taishakuten. Fece un cenno
noncurante e atteggiò il viso a una parvenza di freddezza.
«Semplicemente, preferisco tirar di spada piuttosto che dar corda alle
scarpette da ballo di una di queste incantevoli donzelle…».
«Sì,» assentì il Raijin, con una smorfia compiaciuta «… e confesso che una
vostra lezione di scherma mi sarebbe oltremodo gradita.».
Ashura-ou si permise un piccolo sorriso.
«Devo dedurne che la vostra tanto decantata arroganza sia mero frutto di
qualche speculazione di Corte?» incalzò, ironico.
Taishakuten sogghignò.
«Vostra Grazia ha un modo tutto particolare di ricordare alle persone le
peggiori mancanze del loro carattere…».
«Più che altro mi sorprende: non vi avrei mai creduto in grado di
assoggettarvi agli insegnamenti di chicchessia.».
Taishakuten, che fino a quel momento era sembrato interessato al panorama,
si voltò a fissarlo accigliato, perforandolo con i suoi sbiaditi occhi
azzurri, illuminati dalla luce pallida della sera.
«Siete un uomo di rara diffidenza, Ashura-ou.».
Sperò solo di apparire meno infastidito dalla questione di quanto si
sentisse.
«La cosa vi stupisce?».
«Nient’affatto.» si rilassò il Raijin «Della Corte ho un’idea ben precisa:
non è molto diversa dai campi di battaglia sulle montagne del Nord, è solo
infinitamente più sfarzosa, ed è naturale che voi sentiate il bisogno di
proteggervi.».
«Oh.» rise Ashura-ou, enigmatico, e ben attento a non mettersi a suo agio al
cospetto di un uomo come lui. «Non state tentando di farmi scorgere un
filosofo in voi, vero?» lo punzecchiò, osservandone i movimenti con la coda
dell’occhio.
Il Dio del Tuono si spostò una lunga ciocca d’argento dietro l’orecchio,
combattendo con il vento.
Scrollò le spalle.
«No, se non è vostra intenzione andare oltre.».
Perplesso, Ashura-ou inarcò un sopracciglio.
«Dite che dovrei?».
Lui trattenne una risata fragorosa. Non si stupiva più del perché Ashura-ou
non si fosse accorto di come, prima di quel momento, fosse stato intento a
cercare i suoi occhi nella folla. Come avrebbe potuto, con una faccia da
ragazzino come quella?
Si limitò a inclinare appena le labbra.
«Ho l’aria di un uomo in grado di dispensare consigli spassionati?».
«Francamente,» replicò il re degli Ashura «è un’altra di quelle qualità di
cui temo difettiate, ma chissà… potreste sorprendermi.».
Taishakuten represse di nuovo la voglia di ridere. Sorrise, invece.
«Non immaginate quanto.».
Ashura-ou si umettò le labbra, divertito e ufficialmente sorpreso.
«Nel senso che siete assai più sicuro di voi stesso di quel che credo, o
molto più modesto di quello che la Corte dà ad intendere?».
Niente di tutto questo, avrebbe voluto rispondere, ma tacque,
seguitando a scrutare il suo sguardo e cercando di tenerlo bene a mente,
perché era sicuro che mai più l’avrebbe visto così concentrato su di lui.
«Temo che il mio pragmatismo travalichi di molto simili paletti, Ashura-ou.»
ridacchiò.
«Il pragmatismo è ormai fuori moda, Raijin.» puntualizzò l’uomo, serafico.
Una folata di vento mosse i paramenti dei loro vestiti, mentre Taishakuten
rideva, asciutto.
«Lasciate la moda alla vostra futura sposa!» esclamò, senza essere,
tuttavia, capace di velare completamente una punta di acredine di cui forse
anche l’ingenua buonafede di Ashura-ou aveva notato la presenza.
In effetti, il re degli Ashura sembrò riscuotersi dal clima di strana
distensione che li aveva circondati, improvvisamente indignato per quella
deliberata, invadente menzione alla sua vita privata, una dimensione in cui
non ricordava di aver mai ammesso il suo interlocutore.
Ma aveva dimenticato – rammentò – di non nutrire grande trasporto o
ammirazione nei confronti di Shashi, e che presto Taishakuten sarebbe stato
trascinato a viva forza nel suo mondo. Recuperò la giovialità.
«Ha già troppe mode a cui star dietro…».
Il riso gli si spense sulle labbra, perché per un attimo la vide, vide
Ashura, vide tutto il quadro devastante del suo desiderio e, quasi in colpa
nei confronti del Raijin, lo fissò in viso.
«Lei è qui, stasera?».
Era una domanda per la quale già si prefigurava più di un rimprovero, e che
aveva osato porre solo perché gli occhi di Ashura-ou gli sembravano assenti,
lucidi di una bonaria malinconia, e lui non poté trattenersi dal guardarlo
senza l’usuale sfumatura di insolenza con cui aveva l’abitudine di
affrontarlo, sperando che Ashura-ou non vi facesse attenzione.
Non vi badò, infatti. Rispose con un mezzo sorriso.
«Oh no. Il solo starmene in disparte qui sarebbe un attentato alla mia
galanteria e alla sua reputazione, in caso contrario.».
Toccò a Taishakuten sorprendersi.
«Vi facevo meno ligio ai doveri d’etichetta, sapete?» considerò,
riacquistando un po’ della propria spigliatezza, anche se sapeva
perfettamente che lo stava osservando con più intensità di quel che avrebbe
dovuto.
«Siamo così tante cose, agli occhi degli altri, Taishakuten…».
Oh, sì. Non vi accorgete nemmeno di quanto abbiate ragione…
Perché no, Ashura-ou non ne aveva davvero la minima idea, né sapeva quanta
tristezza avesse infuso nelle proprie parole. I suoi pensieri dovevano
dargliene motivo, perché sembrò non rendersi conto che gli occhi di
Taishakuten, in quell’attimo, dicevano molto più di quel che avrebbero
voluto rivelargli, come sempre aveva paura potesse succedere, e come,
puntualmente, Ashura-ou dava segno di non vedere.
«Già.» gli uscì naturale mormorare; Ashura-ou non ebbe il tempo di
aggiungere altro, perché una mano di lui era già aperta sulla sua guancia in
una carezza che lo paralizzò completamente.
Se lui non capiva cosa stesse succedendo, di certo Taishakuten non sapeva da
dove stesse attingendo il coraggio.
«Possiamo essere tante cose…» bisbigliò infatti, avvicinando il viso al suo,
gli occhi socchiusi che poco si curavano dell’incredulità di lui «… ma mai
quel che desideriamo essere…».
Le parole scivolarono via in un soffio tremante, forse Ashura-ou non le
sentì neppure, perché Taishakuten ne coprì il suono appoggiando le labbra
sulle sue, il vento che mischiava i capelli d’argento ai suoi e si riempiva
della sua meraviglia.
Ma tornò ad essere aria quando Taishakuten si allontanò di nuovo,
dirigendosi in sala.
Ashura-ou si appoggiò alla balaustra di marmo, senza fiato, svuotato dallo
stupore; Taishakuten, invece, si guardò indietro un’ultima volta, attraverso
la stoffa sottile delle tende.
Vide Ashura-ou che chiudeva lentamente gli occhi e si rivolgeva al
parapetto, il vento che si alzava e gli scuoteva i capelli e i vestiti.
Qualunque cosa fosse – si illuse, con un sorriso amareggiato – era già
passata.
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