
Notturno
di Juuhachi Go
Souma strinse vigorosamente
l’incrocio di lacci che chiudeva il rigido corpetto di Kendappa-ou, facendo
vacillare la figura sottile della musicista seduta sullo sgabello, intenta a
scegliere perle e gingilli d’oro da applicare fra i capelli, alla luce di
una candela accesa sulla specchiera.
«Mi spiace, mia signora. Non riesco a stringere più di così.» la distrasse
Souma, rassegnandosi ad appoggiarle un leggero scialle sulle spalle sottili.
«Non fa nulla.» sorrise lei, fissando la donna dal riflesso nello specchio,
cercando il lobo del proprio orecchio per infilare un massiccio orecchino
d’oro «Sono io che dovrei chiederti scusa, avrei dovuto affidare queste
mansioni alle cameriere. Approfitto troppo della tua gentilezza.».
«Mi credete meno forte di una cameriera?» rise Souma, andando in cerca di
una cinta da avvolgerle attorno alla vita, e imbattendosi invece in pile di
splendidi veli colorati, una volta aperto l’armadio.
«No, no…» si affrettò a negare Kendappa-ou, spazzolando accuratamente le
lunghe ciocche corvine e incominciando a riempirle di gioielli «Ma mi rendo
conto di toglierti molta libertà, il più delle volte.» considerò, abbassando
le palpebre per un momento. Aveva un’aria stanca che la sua eleganza non
riusciva a dissimulare.
«Non c’è libertà migliore dello stare al vostro fianco.» rispose Souma, con
dedita dolcezza. La donna non le rispose e, per alcuni istanti, la
conversazione cadde nel vuoto, sostituita dal fruscio del tulle in cui
l’altra si era immersa, sperando di riemergere con una cintola di seta.
Considerato tutto il disordine che la regina di Gandaraja era capace di
creare, per poi far credere che tutto fosse al proprio posto grazie
all’opera di qualche ancella complice, la cosa si prospettava più difficile
del previsto, soprattutto perché Souma riconosceva che non vi si stava
impegnando abbastanza.
Con la coda dell’occhio si voltava verso Kendappa-ou, verso quel che poteva
catturare del suo riflesso nell’ampio specchio intarsiato.
Aveva imparato ad osservarla bene, durante tutto quel tempo: quella sera
c’erano tante cose – si risolse a capire – che Kendappa-ou era decisa a
tenere per sé, con un esito tutt’altro che fruttuoso; bastava coglierla in
un attimo come quello, per rendersi conto che la stanchezza che premeva
sulle sue spalle era radicata e pressante, e che affondava nei suoi occhi
come un livido mostro si bagna in un lago. Vide il modo in cui la mano
coperta di perle si allungava a sfiorare l’incrostatura arabescata della sua
gigantesca arpa appoggiata contro il tavolo, con tocco materno e
malinconico.
Scartando la quarta scatola di veli e trine, Souma ne rovesciò il vezzoso
contenuto sul letto, per poi afferrare la cinta che si era acquattata sul
fondo – eccola, finalmente.
A passi veloci, tornò dietro la sua testa. Aveva bisogno di avvolgere quelle
spalle fini fra le braccia, di lenire quella loro pesantezza da cui si
sentiva così esclusa, di lavare via la spossatezza dai suoi lineamenti e dai
suoi pensieri, qualunque essi fossero.
«Insomma, avete deciso di andare a questo ballo? Mi sembrate stanca.»
commentò, con una certa cautela. Quelle lunghe serate a Zenmi-jou, fatte di
balli e banchetti, erano un altro fattore della vita di Kendappa-ou da cui
Souma era estromessa per più di un motivo. Se il più delle volte aveva
condito il pensiero con una punta di rattristata gelosia, adesso era
solamente preoccupata per lei, per lei e per la cortina d’angoscia in cui si
era racchiusa.
«Non posso certo esimermi.» sorrise mestamente lei «Ho promesso di suonare,
e ciò che sta succedendo ultimamente non mi permette di rifiutare l’invito.
Sappiamo tutte e due di che pasta è fatto l’imperatore, e questo non è il
momento giusto per… beh, per dirgli di no.».
Tacque, e Souma ebbe la netta sensazione che stesse per arrivare al dunque,
di cui lei aveva, d’altra parte, più che un vago presentimento. Sapeva che
quella pausa enfatica aveva un motivo preciso. Addirittura, sentiva il petto
di Kendappa-ou che si tendeva in un pesante sospiro, nella morsa inamidata
del corpetto.
«Yasha-ou si è ribellato a Taishakuten e il suo clan è stato completamente
annientato da Bishamonten.».
«Lo so.» ammise Souma, grave.
Kendappa-ou non commentò. Non solo ne era al corrente, ma non si sarebbe mai
aspettata una risposta diversa, da parte sua: Souma era fuoco puro. Il fuoco
inarrestabile della giustizia e della determinazione, il fuoco sempiterno
della speranza – uno di quegli ornamenti superflui a cui lei non aveva mai
fatto troppa attenzione. Senza avvisarla, si girò all’indietro, in
un’odorosa danza di capelli scuri, una mano che si sorreggeva appoggiandosi
al petto di lei. Con l’altra si aggrappò alla mano che reggeva la cintura, e
alzò i grandi occhi turchesi verso di lei, a fissarla con una tenerezza
appena offuscata da un velo di pacata tristezza.
Non era una sorpresa, che la purezza e la bontà di Souma cercassero
vendetta.
Però…
«Lo conosco, quel testone di Yasha.» sentì dire alle proprie labbra
«combinerà tutti i guai possibili e poi verrà qui.» mormorò, circondando il
collo della donna con le braccia e mettendosi in piedi per far sì che lei le
cingesse la vita con la fascia di seta.
Trattenne il fiato e non disse altro; rimase immobile a guardare il modo in
cui Souma si tormentava le labbra contratte, esaminando i lussuosi strati di
tappeti stesi sul pavimento, e si irrigidì a sua volta.
Poteva intuire il rombo sordo dell’inferno che stava vibrando in lei con un
infinito rollio, e quanto in quelle lingue di fuoco fosse a un passo dal
venir fuori, a gridare il desiderio di poter fare lo stesso, di poter
librarsi fuori da Gandaraja e seguire l’esempio di quello stupido, per amore
di una libertà e di un’uguaglianza che non avrebbero mai trovato riscontro
nel mondo reale.
La forza, la forza era il motore dell’universo e del suo movimento infinito.
Inanellava tutto e tutti con le sue catene immortali, e fin dal momento in
cui ne ebbe la certezza, seppe che, se Souma fosse partita, non sarebbe più
tornata da lei.
«Farà quello che è giusto, mia signora.» sentenziò Souma serenamente,
accarezzandole la guancia con la punta di un dito «Quello che deve essere
fatto, forse.».
Kendappa-ou non capiva.
Non aveva alcun desiderio di farglielo intuire, né voleva che si accorgesse
che, abbracciandola, aveva già carpito sotto le dita il formicolio della
risoluzione scorrerle nelle vene – perché chissà cosa avrebbe detto, di
questa cosa che preferiva tenere per sé, o del fatto che lei avrebbe dovuto
essere la prima a riferire all’imperatore quelle parole.
«Se è così che ha deciso, hai proprio ragione…».
Non credeva nel destino.
Non credeva nemmeno in Souma.
Credeva in una scelta.
«L’importante è sapere quello che si vuole, e viverlo fino in fondo, vero?
Me lo diceste anche voi.».
«Proprio così, Souma.» mormorò Kendappa-ou, la mano contro la sua guancia e
il viso che si avvicinava lentamente al suo, per chiudere le labbra sulle
sue in un bacio leggero.
Raccolse lo scialle che le era caduto a terra e lasciò che Souma glielo
drappeggiasse attorno alle spalle, porgendole poi la sua arpa.
«Bene, allora io vado.» le annunciò infine la regina, risistemandosi bene le
frange dorate e cercando di non pensare che, quando Souma avrebbe
probabilmente ripetuto la stessa frase, lei non avrebbe fatto nulla per
fermarla.
Non sapeva quanto fosse ampio il margine di scelta concesso a ognuno, ma
giurò che avrebbe lasciato a Souma il suo, e che la morte non vi avrebbe
trovato posto.
«Posso accompagnarvi, almeno fino all’ingresso?» si offrì lei, porgendole il
braccio.
Kendappa-ou annuì con una soffice sfumatura di allegria dipinta sulle
labbra, sperando che questo la distraesse dal lieve luccichio che le pesava
negli occhi – maledizione, lei non era come sua madre!
Souma soffiò sulla candela, prima di scortarla alla volta dell’atrio,
camminando con lei attraverso le sale in penombra della reggia, da cui gran
parte dei domestici si era dileguata.
L’aria della sera irrorò le loro vesti quando aprirono il portone.
La carrozza che aveva ordinato era prona e in sua attesa, così Souma le
lasciò la mano con un gesto elegante, perché scendesse da sola i gradini.
«Souma?» la richiamò Kendappa-ou, tornando per un attimo sui suoi passi.
«Sì?».
«Ti prego, aspettami alzata, stasera. Giuro che sarà l’ultimo dei miei
capricci.» sorrise, con una malinconia insopportabile.
«Sarà fatto, mia signora.» le rispose lei, con un breve inchino, incurvando
le labbra anche lei nel guardarla allontanarsi in uno svolazzare di gonne
azzurre e oro lungo la scalinata. Sperò si voltasse di nuovo, ma Kendappa-ou
non lo fece.
E il cocchiere non seppe spiegarsi perché, in una serata così bella, la
regina si stesse asciugando quel luccichio che le splendeva timido sull’orlo
delle ciglia.
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