
Notte
Si apre la porta
dell’appartamento, il sottile profumo della pioggia si trascina
nell’ingresso insieme alla figura scolpita nell’acciaio di Gingetsu e del
suo cappotto. Le sue scarpe vengono adagiate accanto alla porta, s’intravede
la tenue luce dei lampioni oltre le finestre, tutto intorno è un muro grigio
di vetro sottilmente abbagliante di iridescenza artificiale. Dorme, la città
ormai silente, si appresta al sonno. Ran siede accanto alla porta della
stanza di Gingetsu, le braccia attorno alle ginocchia, il capo su di esse,
gli occhi pigramente chiusi verso il mondo. Sembra immerso nel suono della
pioggia, nel suo eterno e malinconico canto. I passi del gigante si
smorzano, mentre si toglie il cappotto e lo abbandona sull’appendiabiti. Le
sue mani guantate di bianco afferrano una coperta dal divano e la adagiano
con delicatezza sul capo chino del giovane trifoglio, ma basta un gesto
sottile perché si svegli, perché i suoi occhi color della pioggia si
socchiudono. La sua mano leggera come un farfalla incontra quella grande e
forte del soldato, sembra così minuta e fragile al confronto, a Gingetsu
sembra di spezzarla al solo toccarla, la stringe fra le dita, come con le
ali di una piccola falena grigia, per non togliere all’insetto il piacere
del volo. Le loro mani sono calde, adesso. Si sente il tocco di pelle contro
pelle, la mano rude e callosa dell’uomo e il delicato arto del ragazzo, la
loro intimità. Sembra che sia già stato detto tutto, che non ci sia altro da
aggiungere. Tutto si smorza in quel delicato silenzio rotto solo dalla voce
del temporale, nella sacralità di quel gesto muto e infinitamente intimo,
come uno spiraglio nel cuore freddo di un uomo che conosce la morte altrui e
la vede ogni giorno, oltre gli occhiali spessi dietro cui sono le folgori
dei suoi occhi. Una mano di Ran afferra gli occhiali scuri di Gingetsu con
tre dita, li solleva agilmente dalle sue orecchie, li sfila. Ecco, gli occhi
di quell’uomo immenso eppure sottile, capace di strisciare nell’ombra,
capace di sgozzare un uomo solo volendolo. Ecco i suoi occhi screziati d’oro
e d’argento, la loro infinita distanza nelle iridi luminescenti nel buio
della sera, la linea sottile delle ciglia, la pacatezza con cui sa osservare
senza dire una parola, una sola parola. Basta osservare la sua posa da
ufficiale per chiedersi quali occhi possono mai appartenere ad un uomo così,
ad un gigante fra gli uomini, ad un bifoglio dall’eleganza di un giglio, dal
suo difendersi senza adoperare le spine. E se pure ci fossero spine, le dita
delicate di Ran saprebbero sapientemente aggirarle, come ora sta facendo,
per sfiorare solo con un dito la superficie ruvida della sua guancia, del
suo zigomo pronunciato, della sua mascella curvilinea, del suo naso
leggermente asimmetrico, del sopracciglio corrucciato. Saprebbe evitare le
sue spine, saprebbe sorprenderlo nella sua fragilità, in quell’amore misto a
fierezza che gli ha visto conservare gelosamente nel cuore, dove neppure lui
può toccarlo. l’amore di Gingetsu per lui è stretto dai lacci del suo petto,
neppure le sue orecchie possono udirlo, neppure i suoi occhi posso
scorgerlo. Ma va bene così. Riesce a sentire attraverso le dita una vena
pulsare sotto la pelle,il suo cuore che batte, la sua vita che scorre e
irrora di freddezza il suo corpo, in ogni anfratto.
La mano del gigante aiuta Ran a sollevarsi, lo conduce verso la sua stanza,
lo fa fermare sulla soglia.
“E’ ora che tu dorma”
Ran stringe con più tenerezza quella grossa mano, non vorrebbe lasciarla,
non vorrebbe privarsene nel buio.
“Non temere l’oscurità. Io veglio sempre sul tuo sonno”
Con un sorriso, Ran annuisce “Lo so. Tu mi hai insegnato a far filtrare la
luce attraverso il buio”
“Allora dormi tranquillo”
Sta per lasciarlo sulla soglia, dormire sapendo che respirerà e sognerà a
pochi passi da lui lo conforta, è un sollievo la sua presenza in quelle
mura. Ran non esce mai. Potrebbe, ma non vuole farlo. Non gli importa di ciò
che c’è fuori. Può osservare le case da dietro i vetri, non c’è niente che
lo faccia sentire più sicuro della presenza costante e mai opprimente
dell’odore di Gingetsu. Il sentirsi in sintonia con la sua mente chiusa e
silenziosa, che solo con pazienza ed infinito affetto sta imparando a
sfiorare, piano, con movimenti incerti e gentili, con due dita per volta.
Non importa che il tempo non sia sufficiente. Basta sentire la sua presenza
in ogni cosa che tocca e vede, intorno a sé. Non desidera sfuggire alla
gabbia. Non alla gabbia che l’ha reso libero.
“Dormi, Ran”
Ran si solleva sulle punte, tremando di emozione. Le sue labbra piccine
sfiorano quelle fredde e sottili di Gingetsu. Per un momento brevissimo,
vivo ma brevissimo, finché le loro mani si separano e si allontanano per
accogliere su di sé il dolce vino del sonno. Ran chiude la porta, si tocca
le labbra con un dito. Quei pochi istanti rendono più sopportabile la fine
che, giorno dopo giorno, si fa più vicina.
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