
Cuore di Clover
E così, è finita.
C’è solo un altro giorno da vivere.
Solo altri passi meccanici, giorno dopo giorno…dopo giorno.
Cosa penserebbe una persona normale, in momenti come questo?
“Vorrei poter tornare indietro nel tempo,
vorrei poter dimenticare,
vorrei un’altra occasione”
Le persone sono così fragili, si muovono come piccole falene intorno al
calore e alla luce avvolti nei loro luminescenti bozzoli di seta, chiudono
gli occhi e subito li avvolge la notte, cadono nel loro quieto e sicuro
torpore. E poi, un giorno, quando tutto si esaurisce, sono come persi. E
pregano.
Sono così labili quelle luci, fuori, nella notte, così evanescenti al lieve
vento.
Le persone ascoltano suoni, canzoni, guardano quelle lucine e sognano, ma
dove vanno? Dove vanno con la mente in momenti come questo?
Le vedi aggirarsi, dolcemente galleggianti nella bruma dorata dei giorni e
delle ore, i loro visi così mutevoli, come cambiano espressione ad ogni
momento! Come sono piccoli ed infinitamente grandi, così insignificanti e
fra di essi così teneramente importanti. E come sembra quieto il tempo che
scorre nelle tenebre, in mezzo alla città che pulsa e s’infrange contro le
barriere invisibili di un cuore spezzato.
Sono piccole isole, sono mondi infiniti, sono ali nel vento, sono piume
sull’acqua increspata di un lago. Sono aghi e sono fiori, sono formiche
indaffarate e sono docili farfalle. Solo il loro brulichio continuo. È il
cuore del mondo di fuori che batte, lo scalpiccio dei loro piedi, i rombi
dei loro motori, il sibilo dei loro fiati.
Ma cosa sognato, cosa dicono, cosa pensano in momenti come questo?
Continuano a muoversi, incessantemente, ora dopo ora, mese dopo mese.
Anno dopo anno.
Quando i fili dei ricordi diventano aridi appunti scritti di fretta o nel
migliore dei casi cuscini con ancora la forma di un capo, odori sparsi per
casa e una lampada sul davanzale della finestra di Ran, lo specchio rotto in
un angolo, i suoi vestiti, come va avanti la gente normale?
La gente normale si ferma un momento, sai Gingetsu? Si
ferma un istante, solo un istante, a pensare. E riaccumula ricordi sui
vecchi ricordi, sono le parole non dette, le parole sussurrate e mai
arrivate al suo orecchio, quelle mormorate alla parete di fronte “perché
tanto è lo stesso”, le domande mai fatte, i baci mai dati e la pelle mai
sfiorata “perché tanto ci basta già quello che abbiamo”. Sono i no che hanno
ferito, i sì che hanno premiato, le parole stentate che sfuggono alla
memoria, perché tanto si vive e si ricorda un momento soltanto, oltre la
fine, ed è l’inizio. E ci sono gli sguardi, le notti a vegliare sul suo
sonno, le cicatrici nel cuore e nel corpo, ci sono i giorni, i suoni
familiari, gli oggetti, ci sono le memorie mai scritte ma che vale la pena
raccontare e quel giorno di cui non ti va di parlare, tutto ciò che era solo
vostro, quello che era per tutti, quello che era segreto, quello che era
palese. E resta il silenzio, la muta comprensione che scorre lungo i fili di
occhi color dell’argento e occhiali scuri, la sua figura dietro le vetrate e
tu che gli dai la schiena ed è come fare l’amore, non c’è niente di più
importante di quel legame. Niente che valga la pena ricordare e che con
nessun altro potresti mai trovare. Ci sono il suo viso, i suoi occhi, le sue
mani. E le sue lacrime.
E le tue lacrime, e questo dolore, e il silenzio e il voltarsi a guardare la
stanza oltre le vetrate e non vedere il suo sorriso, non vedere la sua
schiena perché lui non c’è.
Semplicemente, non c’è.
E la gente normale si chiede se ne sia valsa la pena.
La gente normale si chiede se l’ha apprezzato, gustato, amato abbastanza.
E la gente normale, il più delle volte, risponde “no”.
Ma tu. Tu di cosa puoi rimproverarti mai?
Il cuore normale rimargina le proprie ferite. La felicità
dorme placida oltre una strada irta di cocci di vetro, di promesse infrante,
di tradimenti e sacrifici. Ma dorme placida sul ventre e si specchia in
migliaia di quei cocci di vetro, ogni volta diversa. E ce ne sono infinite.
Una persona normale non solo va avanti, ma una persona normale ritrova
quella tenue luce che è la sua felicità.
Ma cosa resta al clover che ha perso le sue foglie?
Cosa resta al suo cuore spezzato?
“Chi trova un clover, sarà felice per sempre. Ma come il clover sarà mai
felice?”
Per i clover è solo questione di tempo e si spegne la speranza, si
affievoliscono le luci dei giorni, si ammutoliscono i suoi della vita. Si
spegne la luce degli occhi, si spezza, si spezza il cuore.
E così c’è la morte, il quadrifoglio bruciato e il trifoglio svanito.
Non si rimarginano le ferite del cuore di clover.
Non ci sono conforto, né speranza, né domani.
Solo silenzio.
E voltarsi a guardare oltre le vetrate e capire che lui non c’è.
Semplicemente non c’è.
Come non ci sono tante altre persone.
Ma quelle persone non hanno un cuore di clover. Non hanno un cuore che si è
appena infranto, per non tornare indietro mai più.
Sbatte le ali, sbatte le ali un uccellino meccanico, si
libra nella notte come un pensiero.
Se dovesse infrangersi, nessuno mai potrà ridargli la vita e il volo.
È come il cuore di un clover dal cuore ferito. A cui hanno strappato le ali.
Nel cui petto batte un cuore…un cuore di clover irrimediabilmente spezzato.
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